Francesco Pigliaru.

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lunedì 30 dicembre 2013

LA NUOVA INDUSTRIA? ISTRUZIONE DI QUALITA'

Il dato più drammatico dell’economia sarda degli ultimi anni è il rapido ridimensionamento della produzione manifatturiera. Negli anni Settanta e Ottanta i grandi investimenti nell’industria di base, in gran parte sostenuti da risorse pubbliche, ci avevano illuso che lo sviluppo fosse una cosa semplice: sembrava bastasse avere qualche santo nel paradiso della politica. Ciò che oggi rimane di quella illusione è la deindustrializzazione con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno e la nostalgia per quella “età dell’oro”.
Ma la nostalgia serve a poco. Mai come oggi il passato è una pessima guida per capire il futuro. Tutto è cambiato. Per esempio, è del tutto improbabile che i politici possano ancora influenzare la localizzazione degli investimenti industriali. Oggi la competizione internazionale eliminerebbe in un batter d’occhio ogni avventura imprenditoriale inefficiente.
Dobbiamo allora rassegnarci al declino industriale, a uno sviluppo tutto centrato su turismo e servizi? Mica detto. Se sfogliate la stampa economica anglosassone troverete un bel po’ di articoli sulla manifattura “che torna a casa”. Sta infatti succedendo che dopo l’enorme migrazione di attività produttiva verso l’Asia, ora la produzione industriale ha ripreso a crescere anche nei Paesi più sviluppati, nonostante il loro costo del lavoro sia enormemente maggiore di quello cinese. Per esempio, negli Stati Uniti la produzione manifatturiera è cresciuta del 30% in dieci anni. Ma niente, davvero niente, è più come prima. Se immaginate una fabbrica con la produzione affidata a migliaia di lavoratori poco qualificati, scordatevelo. La manifattura torna in occidente perché oggi è possibile sostituire quel tipo di lavoro con macchinari sempre più sofisticati. E le persone che oggi si aggirano nelle nuove fabbriche sono quelle altamente qualificate nel controllo dei complessi strumenti a cui è assegnata la produzione vera e propria.

lunedì 25 novembre 2013

IL PPR DEVE AIUTARE I COMUNI VIRTUOSI

Le politiche che favoriscono l’interesse generale faticano a trovare un consenso ampio e duraturo, persino quelle che mettono  in sicurezza un territorio e che aiutano a mitigare le conseguenze, sempre più frequenti e tragiche, dei cambiamenti climatici.
Sembra un paradosso ma non lo è. Anche le migliori riforme toccano gli interessi di qualcuno, e quel qualcuno si opporrà al cambiamento.  Per esempio, sappiamo che il commercio internazionale fa bene ai Paesi che ne accettano le regole, ma poi andate nel Sulcis a dirlo agli operai dell’Alcoa, un impianto che la competizione globale ha condannato alla chiusura.

PPR, risultato storico
Il Piano Paesaggistico Regionale (PPR, in breve) rischia di essere vittima di questa sindrome.  Il PPR è stato disegnato per favorire l’interesse generale. La sua adozione è un risultato storico per la Sardegna, una delle cose più lungimiranti mai realizzate nella nostra regione. Tenere alta la qualità del paesaggio ha infatti due enormi vantaggi.  Primo, dà un beneficio diretto ai residenti. Non si tratta solo del poter godere ogni giorno della bellezza di un paesaggio. Stiamo imparando a nostre (e purtroppo crescenti) spese che si tratta anche di un piano essenziale per garantire la sicurezza del territorio, di una normativa autorevole senza la quale niente potrà fermare le speculazioni edilizie che prima o poi trasformano eventi climatici in enormi tragedie.
Secondo, in una regione a vocazione turistica il PPR rende competitiva la nostra offerta.  Quando si tratta di esportare beni e servizi, le imprese sarde sono spesso in difficoltà per carenze di vario tipo.  Ma nel turismo di qualità il fattore decisivo è la risorsa naturale e quella c’è, eccome.  Il problema è conservarla con cura: più passa il tempo, più diventa la merce rara che un numero crescente di turisti è disposto a comprare ad alto prezzo.

domenica 27 ottobre 2013

MA DAVVERO ANCHE IL FMI VUOLE UNA PATRIMONIALE?

Nei giorni scorso avevo letto una notizia per me fastidiosa: il Fondo Monetario Internazionale suggerisce una patrimoniale una tantum per ridurre il debito pubblico italiano! E De Benedetti subito a rilanciare: "Lo dico da sempre, ci vuole una patrimoniale". E La Camusso immaginatevi che contentezza. Io che in questo blog ho cercato in varie occasioni di spiegare perché invece la patrimoniale secca, una botta forte e via, *non* è una soluzione seria, ho rischiato di rimanerci male. Una cosa è criticare la Camusso, un'altra è trovarsi contro il FMI. Fortuna che poi è arrivato Sandro Brusco a mettere in chiaro le cose. Ecco qua. Buona lettura. (FP)

Questa è una storia divertente. Al Corriere a un certo punto hanno letto il seguente boxino tratto dal numero di Fiscal Monitor del Fondo Monetario di ottobre e non hanno capito niente. Pur nel solito linguaggio asettico del FMI, è abbastanza chiaro lo scetticismo di chi ha scritto il boxino verso ipotesi di patrimoniali una tantum per riportare il debito ai livelli pre-crisi. Segnala infatti che la cosa ha senso solo se attuata di sorpresa (la popolazione non deve essere in grado di evitarla spostando o occultando i capitali) e se la popolazione è convinta che non verrà ripetuta, altrimenti il disincentivo all'accumulo di ricchezza diventa evidente. Dice inoltre che l'evidenza empirica (vecchiotta, fa riferimento a un paper di Eichengreen del 1990) mostra che di solito queste tasse non funzionano. Conclude osservando che in ogni caso il livello della tassa dovrebbe essere altissimo, 10% della ricchezza netta. Vuol dire che un pensionato che ha un appartamento che vale 150 mila euro dovrebbe pagare 15 mila euro, tipicamente più di un anno di pensione. Cosa capiscono al Corriere? Che il Fondo Monetario sta proponendo una patrimoniale del 10%! La chiamano pure ''proposta choc del FMI''. 

giovedì 24 ottobre 2013

LA RIDUZIONE DELL'IRAP: UN PRIMO PASSO GIUSTO

La riduzione dell’Irap di cui parlano le cronache di questi giorni è roba seria, molto più seria dei balletti politici che si svolgono intorno alla vicenda, animati dalla solita ricerca di visibilità mediatica in tempi elettorali.
E’ roba seria, innanzitutto, per come è nata. Per una volta la politica regionale ha trovato il modo di confrontarsi su una proposta concreta e di superare le tradizionali logiche di schieramento. Così, una proposta nata dal gruppo Pd in Consiglio regionale è stata fatta propria dai partiti di centro-destra e dal loro governo.

Finalmente: si tagliano gli sprechi della spesa per ridurre le tasse
E’ roba seria anche e soprattutto nel merito. Il taglio dell’Irap rappresenta un primo passo verso l’attuazione di una vera “fiscalità di vantaggio”, cioè di un sistema attraverso il quale far pagare meno tasse alle imprese che operano nel nostro territorio.
La normativa europea guarda con antico sospetto questo tipo di sconti fiscali perché ritiene che possano generare una sorta di concorrenza sleale. Questo sospetto tende però a dissolversi se il territorio è disposto a finanziare lo sconto fiscale con risorse proprie, senza far ricorso ad aiuti esterni. Questo è esattamente ciò che la Sardegna intende fare e questa è, a ben guardare, la principale novità che ci regala la vicenda Irap. E’ infatti la prima volta che la politica regionale si dimostra in grado di prendere atto di una semplice e ben documentata verità, questa: l’economia trae maggiori vantaggi da sconti fiscali a favore del settore produttivo che da continui aumenti di spesa del settore pubblico.

giovedì 17 ottobre 2013

ALITALIA: AIUTI DI STATO, INUTILE SPRECO

              ... se ci regalate qualche altro miliardo.
Dunque per governo Letta l’intervento delle Poste Italiane a sostegno di Alitalia non sarebbe un “aiuto di Stato”. Bene, continuiamo così, facciamoci ridere dietro da tutta l’Europa. Le Poste Italiane sono una società per azioni sotto il totale controllo del Ministero dell’Economia, guidata da un management scelto non dal mercato ma dalla politica. Un management che di trasporto aereo sa presumibilmente nulla e che alla politica deve rispondere per salvaguardare i propri privilegi (per i dettagli rimando all’articolo di Roberto Perotti su www.laVoce.info).
La politica chiede e le Poste rispondono, dunque. Al volo, verrebbe da dire. E lo fa senza nemmeno degnarsi di produrre un piano industriale per giustificare l’intervento.
 Ha scritto il Financial Times: “La logica industriale alla base di questo matrimonio è sconcertante. Non ci sono evidenti sinergie tra una compagnia aerea e un’azienda che si occupa di posta. Dal momento che Poste Italiane è di proprietà del governo, il piano puzza di aiuti di Stato. Né l'affare inietterà know how che potrebbe aiutare Alitalia a decollare”.

domenica 6 ottobre 2013

ZONA FRANCA, SPERIMENTARE NEL SULCIS

Sostiene Cappellacci che “la zona franca è una giusta compensazione per gli svantaggi derivanti dall’insularità e il motore per far ripartire il sistema economico sardo”. Non lo sostiene da solo. Centinaia di sindaci pensano la stessa cosa.
Ci sono anche gli scettici, naturalmente, preoccupati da problemi normativi (si può fare o no, sul piano giuridico?), o dal possibile impatto sulle entrate regionali (se si riducono, poi chi pagherà la sanità e i trasporti?). Questi però non sono argomenti decisivi contro la zona franca. I vincoli giuridici si possono spesso superare con adeguate iniziative politiche, come ben sa chi ha partecipato alla “vertenza entrate” della Sardegna. E se la zona franca fosse davvero la soluzione al problema del nostro ritardo economico, la base impositiva potrebbe aumentare abbastanza da dotarci di risorse adeguate per pagare sanità e trasporti.

L'effetto economico 
Del vero problema si parla invece troppo poco: serve o no la zona franca per far ripartire la nostra economia? La risposta in sintesi è: può aiutare, ma non basta. Il motivo è che la nostra competitività è bassa per le tasse troppo alte e per una burocrazia assurdamente inefficiente. La zona franca proposta per la Sardegna, comunque la vogliate definire, affronta solo il primo dei due problemi: riduce il carico fiscale delle imprese e, in alcuni casi, anche dei consumatori. E’ un buon inizio, ma per far ripartire stabilmente l’economia, per rendere la Sardegna attraente per imprese e capitali esterni, ci vuole molto di più.
Per capirlo basta dare un’occhiata all’esperienza internazionale. Un ampio studio della Banca Mondiale mostra che proprio il principale elemento su cui punta l’attuale proposta di zona franca per la Sardegna, e cioè un generoso sconto fiscale pensato per compensare svantaggi di varia natura, “risulta inefficace in termini di performance economica complessiva, a causa soprattutto del fatto che negli ultimi anni gli stessi incentivi sono offerti da moltissimi territori”.

venerdì 20 settembre 2013

IMPEGNO CONDIVISO: LA TRASPARENZA

Tutti gli attuali candidati alla presidenza della Regione hanno risposto alla nostra richiesta di assumere due semplici, concreti impegni per affrontare uno dei principali problemi dell’economia sarda: l’insufficiente qualità della nostra costosissima azione pubblica a sostegno dello sviluppo.
Troppo spesso le campagne elettorali diventano la noiosa e irritante cronaca di piccole o grandi alleanze di potere che cambiano su base giornaliera o settimanale, per motivi spesso incomprensibili ai più. Marcare stretto i candidati, chiedergli pubblicamente prese di posizione su cose concrete, su temi cruciali che magari avrebbero preferito evitare, è un modo per aiutare la politica a migliorarsi. E comunque aiuta noi a capire chi sarà un buon presidente.
La lettura delle risposte pubblicate dalla Nuova Sardegna fornisce infatti materiale prezioso a chi desideri fare una scelta consapevole. Le differenze ci sono e si vedono bene: i nostri lettori possono ora valutare se gli impegni annunciati dai singoli candidati sono concreti o generici, precisi o sfuggenti.
Comunque la pensiate, rimane il fatto che almeno un impegno di massima è stato assunto da tutti. Per esempio, l'impegno a mettere al centro dell'azione del prossimo governo iniziative che consentano finalmente di sapere come la Regione spende i nostri soldi e con quali risultati.