mercoledì 24 febbraio 2010

Industria: non servono vecchie ricette

La cronaca economica della Sardegna è ricca di episodi che descrivono un costante ridimensionamento del settore manifatturiero, causato soprattutto dalla crisi dell'industria di base creata con il contributo di enormi sussidi pubblici.

Enorme è anche il dramma delle migliaia di persone che oggi rischiano di perdere il posto di lavoro. Di fronte a questo dramma, è comprensibile che le forze politiche e sociali diano voce a proposte anche poco realistiche, nel tentativo di tenere alta la tensione e di richiamare alle proprie responsabilità il governo centrale e le imprese che minacciano la chiusura degli impianti.

Tuttavia, se la politica si limita ad affrontare ogni singola emergenza senza individuare con chiarezza le cause di una così lunga serie di episodi negativi, non farà molta strada: ci troveremo sempre più impreparati ad affrontare le continue trasformazioni che le dinamiche dell'economia mondiale ci imporranno.

Nella Sardegna di una ventina di anni fa i lavoratori dell'industria in senso stretto rappresentavano il 14% della forza lavoro totale. Il dato medio nazionale era più alto di circa 10 punti percentuali. Per anni, una parte del mondo politico e sindacale ha letto questo semplice confronto (14% contro 25%) nel modo sbagliato. Ha ritenuto che rappresentasse la prova certa dell'esistenza di un "modello di sviluppo" verso il quale orientare gli aiuti pubblici al settore produttivo: far crescere il peso dell'industria sarda nella direzione del dato medio nazionale.

Inutile ricordare quante risorse pubbliche sono state sacrificate per favorire questa prospettiva. E' più semplice constatarne il sistematico (e inevitabile) fallimento. In questi venti anni il nostro settore industriale ha preso una strada diversa da quella auspicata: il suo peso nell'economia regionale è diminuito di quattro punti percentuali.

Cosa non ha funzionato in quel "modello di sviluppo"? Niente di particolare, perché il modello esisteva solo nella mente di chi ancora oggi fa fatica a guardare al di là dei confini della nostra piccola regione.

Negli Stati Uniti, nel 1970, la quota di lavoro manifatturiero nella forza lavoro complessiva era pari al 23%; nel 2003 era scesa a poco più del 10%. Nello stesso periodo la stessa quota è diminuita di 20 punti percentuali in Gran Bretagna (oggi è intorno al 10%), di 15 punti in Germania, di 12 in Giappone, di 10 in Francia, e così via.

Siamo di fronte a una tendenza storica che coinvolge l'intero mondo economicamente più sviluppato, nel quale l'occupazione industriale si contrae a vantaggio di quella nei servizi. Molta produzione materiale emigra verso aree che consentono costi enormemente più bassi, e la forza lavoro dei nostri paesi si sposta verso produzioni immateriali ad alto valore aggiunto e ad alta intensità di capitale umano.

Questa è la ben poco misteriosa causa del declino industriale, da noi come altrove. Che l'Alcoa continui a produrre in Sardegna o no (ed è certo essenziale fare tutto ciò che si può per risolvere positivamente la vicenda), lo scenario appena descritto non cambierà, né ci saranno politiche capaci di invertirne la tendenza di fondo.

Le forze politiche e sociali dovrebbero prendere atto di questo dato strutturale e agire di conseguenza. Ha poco senso continuare a chiedere a gran voce che vengano promosse "tutte le iniziative volte a rafforzare il contributo dell’industria sino ad allinearsi con la media delle aree territoriali economicamente più forti", come recita un recente documento politico che bene riassume un diffuso, sbagliato e molto bipartisan punto di vista regionale sulla crisi in atto.

Di fronte a trasformazioni così profonde della struttura economica, c'è invece una cosa che il settore pubblico deve fare prima di ogni altra: proteggere chi perde il lavoro, sostenere il suo reddito, aiutarlo attivamente nella ricerca di una nuova occupazione. La soluzione non è cercare di evitare i licenziamenti riempendo di soldi pubblici imprese strutturalmente incapaci di creare utili. Serve invece adottare con urgenza regole che rappresentino e difendano adeguatamente i diritti fondamentali di chi rischia di perdere il lavoro, qualunque cosa decida di fare l'imprenditore.

Nei paesi scandinavi il 98% di chi perde un lavoro lo ritrova entro dodici mesi, e non è raro che il nuovo lavoro sia più soddisfacente di quello perso. L'organizzazione sociale di quei paesi rende la disoccupazione un evento difficile ma non drammatico. Gli individui coinvolti e le loro famiglie non rischiano una improvvisa diminuzione del tenore di vita e possono guardare con ragionevole fiducia a una nuova occupazione, perché sono sostenuti da servizi di orientamento e di formazione professionale di alta e comprovata qualità.

In Sardegna (e in Italia) l'assenza di condizioni simili rende la disoccupazione un dramma di proporzioni enormemente maggiori. Colmare queste gravi lacune è urgente.

Per accelerare la ricerca di soluzioni concrete, c'è qualcosa che si può fare subito. Esiste un disegno di legge che Pietro Ichino ha presentato al Senato nel marzo del 2009, nel quale si descrive in dettaglio come adattare il modello nordeuropeo della flexecurity all'ordinamento italiano vigente. Al centro della proposta di Ichino c'è l'idea che chi licenzia poi contribuisca a finanziare il percorso del licenziato verso un nuovo lavoro. In questo modo l'impresa avrebbe tutto l'interesse a scegliere percorsi rapidi ed efficaci, e così facendo favorirebbe la crescita qualitativa dei servizi di orientamento e di formazione offerti nel territorio.

In altre parole, la proposta di Ichino è una utile base di partenza per valutare in dettaglio se e come una regione possa dotarsi di un moderno sistema di protezione dei lavoratori, se e come possa accrescere contemporaneamente i suoi livelli di competitività economica e di equità sociale.

da: La Nuova Sardegna, 13 febbraio 2010, pp. 1-18