venerdì 2 aprile 2010

Elezioni: Nord e Sud più lontani

Il voto di fine marzo rischia di avere conseguenze importanti per il futuro del nostro Paese. Non perché Berlusconi ha superato con successo le elezioni di "metà mandato", né perché la sua rumorosa anomalia ha assorbito gran parte dell'energia di cui dispone il Pd, disperdendola verso percorsi minoritari, da Di Pietro a Beppe Grillo. Ciò che conta è il successo della Lega, che raccoglie gli enormi dividendi di una proposta politica discutibile ma basata su una chiara visione strategica.
Anni fa, quando l'entrata dell'Italia nell'euro era in dubbio, Bossi disse, più o meno: il nord adotti l'euro e il sud si tenga invece la lira, perché ha un'economia debole e così potrà competere attraverso svalutazioni periodiche. Come si vede, da sempre la strategia di Bossi è fare di tutto per liberarsi di ciò che percepisce come un vincolo allo sviluppo del nord, senza troppo riguardo per i costi che altri pagherebbero. Un sud fuori dall'euro oggi sarebbe con tutta probabilità in default finanziario e in una condizione economica e sociale disastrosa.
La Lega parla delle cose reali. E gli altri?
Per quanto discutibile, questa è una visione delle cose. E' soprattutto una risposta chiara a una domanda politica che vede nell'esistenza di uno stato centrale un costo alto a cui non corrispondono benefici ovvi. Per un cittadino lombardo lo stato è qualcosa che costa, in tasse, quasi 15.000 euro a testa e ne restituisce meno di 10.000 in servizi spesso di discutibile qualità. Quel cittadino sa anche che la differenza tra ciò che dà e ciò che riceve finanzia la spesa pubblica delle regioni del sud: un calabrese, per esempio, versa in media 6.500 euro allo stato e in cambio riceve servizi per oltre 10.000 euro. E tutti sappiamo quanta inefficienza e corruzione si crea intorno a quelle risorse trasferite dalla Lombardia alla Calabria.
La Lega risponde a questa domanda politica in modo non generico, ad iniziare dalla proposta di federalismo fiscale che oggi diventa ancora più centrale e forte. Bossi e Calderoli (con il Pdl al traino) continueranno a presentare questa riforma come vantaggiosa anche per le regioni più deboli, come fecero quando proponevano di lasciare il Mezzogiorno fuori dall'euro. Ed è facile prevedere che troveranno anche nel sud molti sostenitori, soprattutto tra i politici locali. Per loro, il federalismo fiscale significa bilanci regionali in crescita, più soldi da gestire direttamente con vincoli inferiori rispetto al passato.
La qualità istituzionale nel Sud
Per gli altri cittadini del Mezzogiorno le cose rischiano di essere molto diverse. Maggiore decentramento vuol dire che la qualità dei servizi essenziali dipenderà più di prima dalle istituzioni locali. E questa non è una buona notizia: tutti i dati a nostra disposizione mostrano profonde e persistenti differenze regionali nella performance del settore pubblico, a tutto svantaggio delle regioni meridionali.
La principale conseguenza del voto di fine marzo è forse questa: oggi è più probabile che l'Italia adotti una forma imprudente di federalismo fiscale, nella quale molto è delegato al funzionamento delle istituzioni locali e pochissimo a politiche nazionali gestite da un efficiente stato centrale. Un federalismo che sarebbe il contrario di quanto auspicato dal Governatore della Banca d'Italia Mario Draghi, che ha scritto: "Non è quella delle politiche regionali la via maestra per chiudere il divario tra il Mezzogiorno e il Centro Nord. Occorre dirigere l’impegno soprattutto sulle politiche generali, che hanno obiettivi riferiti a tutto il Paese, e concentrarsi sulle condizioni ambientali che rendono la loro applicazione più difficile o meno efficace in talune aree... A Sud come a Nord [bisogna] garantire la funzione pubblica per eccellenza, quella che definisce una cornice, un clima uniformi nel Paese: scuole, ospedali, uffici pubblici che assicurino standard comuni di servizio da un capo all’altro d’Italia." Un federalismo fiscale che non segua questa impostazione è imprudente perché rischia di aggravare il già grave divario nord-sud e di togliere ulteriore credibilità all'idea di tenere insieme l'Italia.
Un ruolo per il Pd, sempre che se ne accorga
Esiste oggi una domanda politica capace di sostenere questa idea prudente di federalismo e, insieme, le riforme necessarie per adeguare alla sfida proposta da Draghi l'amministrazione pubblica, sia centrale che locale? Dato il condizionamento che la Lega eserciterà sul Pdl, questo è un compito che spetta al Pd. A condizione che smetta di spendere tutte le sue energie intorno all'anomalia Berlusconi e che inizi a spiegare come intende tenere insieme l'Italia, e con quali vantaggi per tutti, cittadini del nord inclusi.
[Da La Nuova Sardegna, 2 aprile 2010]