mercoledì 12 maggio 2010

Crisi e riforme: il federalismo alla greca

La crisi greca in questi giorni crea ansia in chiunque non viva sulle nuvole, ma ha anche molte cose utili da insegnarci su come tenere insieme nazioni e regioni.

La creazione dell'euro è basata su una scommessa rischiosa: impone la stessa politica monetaria a Paesi tra loro molto diversi e li obbliga a rispettare alcune regole di "disciplina fiscale". Secondo il trattato di Maastricht, gli stati membri non devono superare un certo livello di deficit nei loro bilanci annuali e si devono impegnare a tenere il debito complessivo entro limiti regionevoli. Per il resto, piena libertà. Se il governo greco ritiene di mandare in pensione i propri cittadinie a 55 anni, faccia pure; se il 30% della sua economia è in nero, affari loro; e se in alcune regioni greche gli insegnanti sono in numero del tutto sproporzionato rispetto agli alunni, ancora fatti loro. L'unico vincolo alle politiche nazionali è che non abbiano conseguenze negative per gli altri stati membri.

Oggi è evidente che questa impostazione pensata per garantire stabilità all'euro è fragile. La Grecia ha scelto per anni politiche fiscalmente insostenibili e potenzialmente dannose per tutti, e lo ha fatto alla luce del sole. E nessuno in Europa si è mosso per evitare un disastro che giorno dopo giorno diventava sempre più probabile.

All'origine di questa distrazione collettiva c'è un errore di valutazione che l'Italia sta per ripetere al proprio interno. In Europa si è pensato che alla fine le regole di Maastricht avrebbero indotto tutti i Paesi ad adottare le riforme necessarie per favorire sviluppo e benessere in un quadro fiscalmente sostenibile. E che lo avrebbero fatto pressati da cittadini sempre pronti a punire, attraverso il voto, chi ha la responsabilità politica di risultati economici e sociali negativi. In attesa che questa forma di controllo virtuoso si materializzasse, l'Europa ha latitato e il disastro è arrivato puntuale. Di quel meccanismo infatti non si è vista traccia.

Il federalismo fiscale italiano dovrebbe basarsi su principi analoghi, favorendo il buon funzionamento delle istituzioni locali. In teoria. In pratica, molti indizi suggeriscono una realtà ben diversa. Basta guardare lo stato dei servizi pubblici erogati in gran parte del nostro Mezzogiorno: una persistente e diffusa cattiva qualità, per niente intaccata da anni di sistematico decentramento politico e amministrativo.

Ma il caso greco è molto più di un semplice indizio. Oggi in Calabria (e in Sardegna) un politico incapace di amministrare decentemente può sopravvivere al giudizio degli elettori se questi gli attribuiscono altre capacità: per esempio, di ottenere dallo stato centrale più risorse a favore della loro regione. Pazienza se poi quei soldi andranno in gran parte sprecati: in fondo escono dalle tasche di qualche sconosciuto cittadino del nord Italia. In Grecia no: i governi hanno creato disastri con i soldi dei propri cittadini. E nemmeno questo è bastato a far sì che questi ultimi esercitassero un efficace controllo virtuoso sull'attività dei loro politici. Perché ciò che non ha funzionato in Grecia dovrebbe funzionare nel federalismo fiscale italiano?

Oggi tutti si danno da fare per "salvare" la Grecia. Lo fanno perché l'euro è in pericolo e perché tutti rischiamo qualcosa. E oggi l'opinione che prevale è semplicemente questa: senza una autorità politica europea, sovranazionale e autorevole, l'Europa rischia la disgregazione.

Mentre in Europa si consolida questa convinzione, noi in Italia facciamo l'esatto contrario. Scottati da uno stato centrale storicamente inefficiente e costoso, lavoriamo per ridurne drasticamente il ruolo a favore di un avventuroso decentramento, puntando su una capacità di controllo delle comunità locali che si è spesso dimostrata fragile e insufficiente, soprattutto nelle regioni più povere.

Il Mezzogiorno non ha bisogno di fiumi di denaro pubblico che generano regolarmente sprechi, privilegi e corruzione, ma di qualcosa che oggi non c'è: uno stato centrale capace di dettare e di imporre regole e standard qualitativi nell'erogazione di servizi essenziali per tutti i cittadini, dall'istruzione alla sicurezza. In assenza di questo, non ci sarà sviluppo nel sud. Un federalismo mal disegnato rischia di spingere le regioni più povere verso un destino simile a quello della Grecia di oggi. Con una differenza: che nessuno se ne preoccuperà più di tanto, perché non ci saranno minacce né per l'euro e né, di conseguenza, per chi vive nelle regioni più ricche.
[Da La Nuova Sardegna, 12 maggio, pp. 1-11]