giovedì 3 giugno 2010

La crisi italiana: Draghi e le vere riforme

Non c'è alternativa. Con la crisi che colpisce i Paesi fiscalmente fragili come l’Italia, bisogna fare due cose: dimostrare di saper mettere sotto controllo la spesa pubblica e adottare "riforme strutturali che favoriscano l'innalzamento del potenziale produttivo e della competitività, perché questa crisi è soprattutto una crisi di competitività".

Anche quest'anno, le "considerazioni finali" del governatore della Banca d'Italia Mario Draghi ricordano a tutti che la crisi nasce dalla nostra difficoltà a risolvere problemi reali con cui conviviamo da anni, più che da complotti di mal definiti nemici esterni, quelli che per comodità chiamiamo speculatori.

E' la nostra capacità di creare ricchezza che scarseggia. Negli ultimi anni prima della crisi, la produttività del sistema Italia è cresciuta a un ritmo cinque volte inferiore a quello medio europeo. Negli stessi anni la Germania ha affrontato con buoni risultati il costoso problema dell'unificazione tra i lander ricchi dell'ovest e quelli in ritardo dell'est, ed è riuscita, allo stesso tempo, a diventare molto più competitiva nei mercati internazionali.

L'Italia no. La nostra politica sa affrontare con determinazione i problemi che ci rendono poco competitivi e fiscalmente fragili. L'azione amministrativa che dovrebbe favorire lo sviluppo e la coesione del Paese, è spesso l'occasione per far crescere un settore pubblico costoso, inefficiente, dannoso per l'economia, dal quale però è possibile ottenere consenso elettorale.

La fragilità finanziaria del nostro Paese nasce soprattutto da due problemi. Primo, l'assurdo livello di evasione fiscale che ognuno di noi conosce, perché fa parte della nostra esperienza quotidiana di consumatori. Oggi la Banca d'Italia ha fatto i conti, e sono contri impressionanti: se in questi anni "l'iva fosse stata pagata il nostro rapporto tra il debito e il Pil sarebbe tra i più bassi dell'Unione Europea... tra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell'iva è stato evaso". Mario Draghi ha parlato di evasione fiscale come fonte di "macelleria sociale". Senza questi livelli di evasione, saremmo una società molto più equa e molto più ricca.

Secondo, il Mezzogiorno. La sua persistente arretratezza economica ha un impatto enorme sui conti dell'Italia. Ogni anno il sud riceve dal resto del Paese oltre 50 miliardi di euro, pari al 3,3% del Pil nazionale, al 16% di quello meridionale. Se le regioni meridionali formassero oggi uno stato sovrano sarebbero al disastro finanziario, in una situazione molto peggiore di quella greca.
Da quarant'anni, il prodotto di un abitante meridionale è in media inferiore di 40 punti percentuali rispetto a quello di un cittadino del centro-nord. Un divario così grande e persistente è l'indizio di uno spreco di risorse (e di un potenziale di crescita per l'intero Paese) unico nel mondo sviluppato. Se i moltissimi soldi spesi per lo sviluppo del Mezzogiorno lo avessero messo in grado di finanziare i servizi pubblici di cui oggi godono i suoi cittadini, non solo saremmo tutti più ricchi: potremmo anche usare una buona parte degli oltre 50 miliardi che trasferiamo al sud per ridurre il debito pubblico nazionale. In pochi anni l'Italia diventerebbe un Paese virtuoso anche per i severi standard tedeschi.

Ecco le due più due gravi anomalie del sistema Italia. Concentrare il meglio dell'azione pubblica su evasione fiscale e Mezzogiorno, con coraggio politico e visione strategica, è la strada che può dare al paese enormi dividendi. Soprattutto, può fornirgli le risorse finanziarie che oggi mancano per sostenere la crescita con l'azione pubblica: minori tasse su lavoro e imprese, maggiore sicurezza, più istruzione e ricerca, migliori infrastrutture.

Forse la crisi aiuterà la politica a prendere decisioni finalmente coraggiose e lungimiranti. Forse la aiuterà, per esempio, a disegnare un federalismo fiscale nel quale lo Stato assuma un ruolo essenziale nel dettare standard di costo e di qualità nell'erogazione di servizi essenziali al cittadino. E nell'imporne il rispetto anche in quelle regioni del sud dove le istituzioni non sarebbero in grado di farlo da sole.

Il governatore Draghi ha concluso le sue considerazioni con una nota di ottimismo. Ha ricordato che oggi "iniziamo ad avere i dati per valutare e per intervenire concretamente". Oggi infatti sappiamo, regione per regione, area per area, come funzionano la sanità, l'istruzione, il sistema della giustizia. Con quei dati sarà meno difficile fare le cose giuste per aiutare il Paese a ripartire, Mezzogiorno incluso. Almeno per un giorno, proviamo a essere ottimisti.

[Da: La Nuova Sardegna, 3 giugno 2010, pp. 1-15]