domenica 7 novembre 2010

Il prezzo del latte: commenti e opinioni da Facebook

Il mio articolo sulla Nuova Sardegna ha destato più attenzione di quanto mi aspettassi. Un esempio di questa attenzione è il piccolo e interessante dibattito che si è sviluppato su Facebook. Lo riporto qui perché ci sono interventi che meritano di essere letti anche da chi non frequenta i social network. (Per motivi di privacy, ho sostituito i nomi di chi è intervenuto con le loro iniziali.)

Lo scambio di opinioni inizia con questo mio post nella mia pagina di Facebook:


Francesco Pigliaru Volevo smettere di pensare al prezzo del latte ovino, ma l'accordo Giunta-MPS grida vendetta e ci sono ricascato. In questo editoriale per la Nuova Sardegna spiego perché l'accordo è un pasticcio e poi mi chiedo: Ma perché il prezzo del latte è basso? E cosa si può fare per risolvere il problema?

Thursday at 11:51am ·  ·  · Share



    • AC mi piace! ma mi chiedo.. e se il latte ovicaprino sardo non fosse un latte di qualità? e questo fosse un terzo motivo per cui è pagato così poco?
      Thursday at 12:55pm · 

    • Francesco Pigliaru Giusto. Ma per me aprire il mercato serve proprio a questo: fare chiarezza, distinguere tra chi lavora bene e chi male, dare il prezzo giusto a ogni cosa, sulla base della qualità. Se no, tutto rimane nelle mani della politica e dei lobbysti, con i furbi che si mascherano da bravi, e i bravi che rimangono intrappolati in una situazione assurda. Sparigliare, bisogna...
      Thursday at 1:02pm ·  ·  1 person

    • AZ Io invece mi chiedevo: e se per diminuire il potere contrattuale degli industriali e al tempo stesso aumentare quello dei produttori, si tentasse di allungare la filiera investendo in attività di trasformazione del latte e commercializzazione del prodotto finale? Il contributo pubblico potrebbe essere concesso al fine di incentivare la cooperazione dei produttori per lavorare in questa direzione, così da sostenere i lavoratori ora in difficoltà, ma ragionando in una prospettiva di lungo periodo...
      Thursday at 1:29pm · 

    • Francesco Pigliaru Ragionevole, Andrea, ma mi sa che per questo obiettivo sono già stati spesi un sacco di soldi per creare cose che non funzionano...
      Thursday at 1:31pm · 

    • FS
      Continuiamo a parlare di Organizzatori di produttori, della necessità di organizzare i produttori ( non bisognerebbe far altro che mettere in pratica quanto nella scorsa legislatura si era studiato nel dettaglio), e continuiamo a parlare didifferenziare la produzione e della necessità di ridurre la produzione del pecorino romano, tipologia di formaggio oramai in forte crisi nel mercato. Continuiamo a chiedere il rafforzamento della commercializzazione e della produzione. Ma è del tutto inutile, la Giunta il suo assessore all'agricoltura hanno altri obbiettivi, lo dimostra il fatto che Prato si affida al Consorzio Latte, organismo che non ha mai funzionato. Sul settore ovi-caprino si è sufficientemente studiato, si conosco i problemi, sappiamo tutti che i problemi non sono risolvibili nel breve periodo, si tratta solo di initraprendere il cammino giusto.

      Thursday at 1:35pm · 

    • SS
      Ho letto l'editoriale e lo trovo del tutto condivisibile. Aggiungerei che, invece di allungare, bisogna accorciare la filiera. Si debbono mettere le imprese zotecniche sul mercato con la vendita del prodotto sfuso (distributori) e trasformato (minicaseifici e caseifici cooperativi che funzionino), oltre a spingere la vendita diretta in azienda e gli accoppiamenti virtuosi di questa con agriturismo ed altre forme di turismo naturalistico (equestre, archeologico, altro). Poi, provare un po' di multfunzionalità (fattorie didattiche, energie alternative, etc...). E poi introdurre i prodotti sardi, a condizione che la loro qualità sia elevata (biologici e biodinamici), nella ristorazione collettiva pubblica. Questa è una politica economica giudiziosa. Il resto lo hai bene definito sulla Nuova.

      Thursday at 4:02pm · 

    • CB Il tuo intervento è molto chiaro e lo condivido. Il metodo di non risolvere i problemi ma di rimandarli a futura cura è così radicato da sembrare quasi naturale
      Thursday at 5:16pm · 

    • Francesco Pigliaru 
      Mi hanno telefonato da Lula, un gruppo di pastori. Volevano dirmi che erano d'accordo con il mio articolo, e si chiedevano perché università ed enti non li aiutano a produrre formaggio migliore. Hanno trovato un modo molto efficace di descrivere il cuore del problema. Questo: "C'è qualcosa di molto sbagliato nel nostro comparto. Molti di noi producono un formaggio che nessuno, a casa loro, mangia". Perfetto. Perché produciamo enormi quantità di un formaggio che non ci piace? Un tempo, era il mercato americano che apprezzava. Oggi no. Oggi però c'è tutto un giro di interessi che lotta per non far cambiare niente, che sul disastro del pecorino romano evidentemente vive, grazie a sussidi come quelli decisi l'altro giorno.

      Thursday at 6:15pm ·  ·  2 people

    • SS Bellissimo esempio :) Nel frattempo un fiume di soldi viene distolto da altre emergenze come quella dei giovani. A Sassari succede di tutto, ormai.
      Thursday at 6:23pm · 

    • CB Ma c'è una via di uscita da questa situazione? E' come se vivessimo sempre le stesse cose. Ogni due o tre anni i problemi si ripresentano sempre uguali
      Thursday at 6:23pm · 

    • AZ In sostanza qualcuno sfrutta (o forse, tramite qualche collusione, causa???) il malessere dei pastori per avvantaggiare (o tenere a galla) il business degli industriali del latte, ma facendo passare la cosa come aiuto ai pastori?
      Thursday at 6:29pm · 

    • CR
      Da altre parti ho scritto come sembra che esistano "resistenze culturali" per un approccio diverso del problema. Perché o sono resistenze culturali oppure devo pensare maliziosamente ad adozioni di vecchia politica per problemi presenti. Eallora o bisogna chiedrsi perché ci sono le resistenze culturali o perché si adottano consapevolmente pseudo soluzioni che rappresentano solo toppe momentanee fino al prossimo strappo. Condivido l'editoriale completamente. Mi fa piacere sapere che dei pastori hanno chiamato chiedendo come mai universitá ed enti non li aiutano a produrre formaggio migliore, e lo scrivo perché ho giá espresso l'idea che per una soluzione del problema avrei sperato in un'analisi veloce ma accurata, individuando a chi affidare il compito (universitá, enti, istituti di ricerca, commissione consiliare, ecc...), e poi avrei interpellato l'universitá, con i tanti giovani ricercatori, per impostare un progetto di aiuti per il comparto agro-pastorale, dall'ottimizzazione delle produzioni alla ricerca e al collegamento di nuovi mercati, fino alla diversificazione e al collegamento con un ciclo turistico. Il tutto riporta all'istruzione, alla ricerca e all'ambiente.

      Thursday at 9:17pm ·  ·  1 person

    • AlC
      Ho letto con attenzione il suo editoriale...e mi sono detto..ma è sempre quello che ho pensato e sostenuto...non faccio dietrologia..mi piacerebbe a questo punto che la mia giunta facesse scelte diverse, scelte di responsabilità unitamente alla nostra società, perchè si deve pensare che decisione come queste non ono altro che la conseguenza di una società che oramai non ha più voglia di gestire responsabilità..la class dirigente si è uniformata alla massa e non riesce più ad essere a guidare nessuno..riflettiamo su questo punto è la chiave di svolta per la nostra crisi..

      Friday at 11:01am · 

    • CP
      Il pezzo di Francesco mi è piaciuto e sono d'accordo con le conclusioni raggiunte. Se non si mette in piedi un intervento strutturale, il semplice sostegno dei redditi sposta il problema più avanti nel tempo ma non lo risolve.
      Nel settore pastorale, mi sembra, c'è una situazione di sovrapproduzione di latte e di alcuni tipi di formaggi che si somma alla presenza di un cartello dei commercializzatori. Perchè allora non tentare l'utilizzo massiccio di un "nuovo" strumento di lavoro rappresentato dalla cooperazione, che si avvale di un management cresciuto " nel mondo" e che indirizza i suoi sforzi in primo luogo verso la commercializzazione ( la cooperazione nella fase di produzione forse richiede più tempo) . Affrontare il problema in questi termini (cooperazione,nuovi prodotti, mercato globale) richiede da un lato un indirizzo politico diverso alla Regione , un adeguato sostegno economico, ma soprattutto coraggio nel resistere all'inerzia al cambiamento (passata come " identitaria" ).

      Friday at 11:47am · 

    • EC
      Cosa ne pensa di queste riflessioni:
      Problemi:


      1. I pastori non sono padroni del proprio prodotto perchè hanno deciso di delegare completamente l'industriale.


      2. Quando sono riuniti in cooperative, a parte qualche felice esempio, tolgono all'industriale anche l'onere della trasformazione.

      3. Infatti ci sono cooperative di allevatori che trasformano il latte in pecorino romano e poi lo vendono all'industriale che, giustamente, prima vende il suo formaggio poi cerca di sistemare quello che acquista.

      4. Spesso il pastore vede nella cooperativa un sistema industriale meno affidabile e nel presidente della cooperativa la controfigura dell'industriale.

      5. L'industriale scarica tutti i costi aggiuntivi e i mancati redditi dati dai prezzi di vendita più bassi del formaggio sul prezzo del latte

      6. Mancanza di fiducia nella cooperazione. Preferiscono dare il latte all'industriale perchè più affidabile nei pagamenti.

      Questo è un ragionamento figlio di gestioni dissennate degli anni passati di cooperative di trasformazione dove il presidente faceva oltre che l'allevatore anche il ragioniere, il casaro e l'addetto commerciale.

      7. il 30/40% dell'alimentazione del nostro bestiame è costituito da mangimi extra-aziendali il larga parte provenienti dall'Italia e/o dall'estero e questa è una diseconomia molto grave. Bisogna quindi riequilibrare il carico del bestiame in base alle disponibilità dell'azienda e del territorio

      8. la politica degli "ammassi" e Consorzio Latte. Come si può pensare di produrre per mettere in magazzini consortili sperando che il prezzo salga?

      9. Mancanza di una filiera della carne. La maggior parte degli animali destinati alla produzione di carne vengono mandati fuori dalla Sardegna per il cosiddetto ingrasso perchè nell'isola non ci sono le filiere per farlo.

      10. Mancanza di filiera per sfruttare gli scarti della lavorazione del latte, scarti altamente proteici.

      11. Mancanza di una filiera per la lana

      Possibili soluzioni:

      1. combattere la politica degli ammassi, anche rivedendo o chiudendo il Consorzio Latte

      2. prima di ridurre la produzione in modo drastico, verificare se nelle varie voci di costo siamo in grado di intervenire politicamente o in altri modi, es: chiudere il più possibile le filiere in azienda per limitare gli approvvigionamenti extraziendali. Cioè seminare foraggio e granelle, avviare altre produzioni parallele.

      3. Nei casi di difficoltà interna, per gli approvvigionamenti privilegiare l'acquisto di granelle dai produttori locali e i mangimi fatti in loco con materia prima locale. Cioè i pastori si siedono con gli agricoltori e gli chiedono di produrre i mangimi e si organizzino per la distribuzione.

      4. La RAS deve intervenire direttamente per defiscalizzare per quanto possibile le produzioni interne.

      5. Integrare i redditi pensando alla filiera della carne e della lana.

      6. Fare ricerca su nuovi prodotti e non solo nuovi formaggi, ovvero vedere se può esistere la panna di pecora, il burro e dopo la scrematura capire se quel latte diventa alimentare e può sostituire il latte vaccino, dannoso per la salute e che crea incredibili problemi di inquinamento.

      7. Pensare di tornare lentamente, dove possibile, all'allevamento della pecora primitiva sarda che aveva caratteristiche tali da essere più adatta a vivere in Sardegna

      8. studiare premialità, non in soldi ma in sconti vari, defiscalizzazioni o buoni vari, per le aziende zootecniche che scelgono il sistema biologico, non perchè garantisce solo un prodotto migliore ma perchè è più rispettosa dell'ambiente.

      9. Pensare a strategie mirate al consumo interno dei prodotti della filiera zootecnica.

      10. Creazione di una cooperativa o consorzio di secondo livello che raccolga tutte le cooperative della Sardegna e che si interessi della commercializzazione di ciò che producono le singole cooperative

      Yesterday at 10:05pm ·  ·  1 person

    • Francesco Pigliaru 
      Caro Emanuele, c'è un sacco di buon senso e di competenza in quello che scrivi, e credo di essere, in linea di massima, d'accordo. Però come sempre una cosa è avere idee chiare su ciò che andrebbe fatto, altra cosa è capire se poi verrà fatto davvero. Tra le due cose spesso si inserisce proprio la cattiva politica, che protegge interessi del tutto particolari e blocca l'adozione di soluzioni ragionevoli. Io sopstetto dìche il pecorino romano, e la sua crisi strutturale, sia una manna per molti. Avere un prodotto in crisi è il miglior biglietto da visita da presentare lalla politica per chiedere assistenza. E su quell'assistenza ci vive un sacco di gente. Il pecorino romano come la peste suina? Una malattia di cui molti non vogliono fare a meno?

      3 minutes ago ·