giovedì 4 novembre 2010

Pastori: Un accordo sbagliato

Sembra proprio che siamo alle solite. Tutto inizia, come sempre, con un settore produttivo in crisi che non riesce più a dare un reddito decente a chi ci lavora.

La Regione ha un bilancio che oscilla intorno agli otto miliardi di euro, una cifra enorme, pari a poco meno del 30% di ciò che produce ogni anno la nostra isola. E molti di quei soldi sono spesi malissimo, per finanziare progetti inutili e privilegi di ogni tipo.
Se le cose stanno così, perché mai chi fa fatica a mantenere la famiglia con il proprio lavoro non dovrebbe, come prima cosa, piazzare le tende davanti all’orrendo palazzo del  Consiglio Regionale per chiedere rumorosamente aiuto?

Così hanno fatto anche i pastori, gente che lavora duro per una remunerazione insufficiente: 65 centesimi per litro di latte. Un prezzo che, si sostiene, oggi non coprirebbe nemmeno il costo di produzione.

In queste condizioni molti allevatori getteranno presto la spugna. A meno che non si faccia qualcosa. Ora, qualcosa sembra che si faccia: giunta regionale e MPS hanno annunciato di avere un accordo per portare il prezzo del latte ovino fino a 85 centesimi al litro. Come ci riusciranno? Semplice, la Regione comprerà la produzione invenduta di pecorino. Cioè, darà un sacco di soldi ai produttori di formaggio, a condizione che paghino un po’ di più il latte.

Gli esperti del settore diranno che l’accordo ha altri dettagli importanti, oltre a questo. Per esempio, il fatto che si punti a “favorire i processi di aggregazione dell’offerta del latte ovino”, una cosa che certo male non fa. Ma l’incentivo a mettersi insieme durerà fin tanto che ci saranno soldi pubblici per comprare le eccedenze, e sparirà subito dopo. Dunque, l’acquisto delle eccedenze è la cartina di tornasole per valutare se si tratta di un buon accordo o meno.

Da ciò che si vede, l’accordo sembra nient’altro che un costoso modo di chiudere una vertenza politicamente scomoda senza però risolvere nulla. La Regione spenderà soldi nostri per pagare forme di formaggio che né noi né altri consumatori hanno voluto acquistare. Questa soluzione non va da nessuna parte e crea un pericoloso precedente. Cosa impedisce, a questo punto, che un negoziante di vestiario chieda alla Regione di acquistare i capi che non riesce a vendere? Cosa impedirà la creazione di una lunga fila di persone e di gruppi pronti a reclamare protezioni economiche per la propria attività?

L’accordo non affronta i problemi che determinano un prezzo del latte così basso, ed è dunque di breve respiro: finiti i soldi che la Regione riterrà di poter spendere, saremo punto e a capo.

Ma perché il prezzo del latte è basso? E cos’altro si potrebbe fare? Vediamo. Il basso livello del prezzo del latte viene attribuito a due cause principali. La prima è la seguente: mentre i produttori di latte sono piccoli e frazionati, gli industriali sono pochi e si sospetta che formino un cartello: sarebbero cioè in grado di imporre un prezzo ingiustamente basso ai pastori.

La seconda causa sarebbe la seguente. Gran parte del latte ovino prodotto in Sardegna è utilizzato per produrre il pecorino romano, un formaggio di scarsa qualità con quote di mercato in strutturale diminuzione e facilmente sostituibile con prodotti meno costosi. E in futuro le cose rischiano solo di peggiorare.

L’accordo raggiunto non fa niente per affrontare queste cause. Anzi: finanziando con soldi pubblici il ritiro del pecorino romano invenduto, incentiverà le imprese a produrne in eccesso anche nei prossimi anni.

Se queste sono le cause, esistono soluzioni più ragionevoli di quelle proposte dalla giunta. Per esempio, si dovrebbero aiutare i produttori del latte a guardare altrove, a cercare mercati migliori per il loro prodotto. Se in Sardegna il problema è il cartello degli industriali, esistono luoghi, in Italia e all’estero, in cui questo problema non esiste e dove un latte di qualità spunta prezzi alti. E se questa opzione diventasse concreta in tempi rapidi per gli allevatori, il potere di mercato del cartello locale degli industriali sparirebbe d’incanto (sempre che esista).

Stessa soluzione per la seconda causa. Se l’industria sarda è incastrata nel pecorino romano, altrove non è così. Anche in questo caso, esistono territori che pagano bene il latte di qualità perché hanno meglio diversificato le produzioni di formaggio per aumentarne il valore.

Più in generale, una buona politica usa i soldi pubblici per rimuovere i problemi, non per scaricarli del tutto irrisolti su chi governerà tra uno o due anni. L’accordo sottoscritto dalla giunta regionale non è una buona politica.

[da La Nuova Sardegna, 4 novembre 2010, pp. 1-17]
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