domenica 5 dicembre 2010

La crisi italiana. La mediocrità al potere

In tempi così difficili, non è che il Rapporto Censis 2010 ci aiuti a pensare positivo. Emergono immagini un po’ sfocate e generiche, ma il messaggio è chiaro: l’Italia è un Paese stagnante, sfiduciato, spaventato da cambiamenti globali che fatica a capire. 

La situazione, purtroppo, è anche peggiore di quella che il Censis descrive. E’ vero che oggi il Paese appare “piatto”, ma è anche vero che una certa euforia del passato era del tutto ingiustificata.  I nostri problemi partono da lontano, da quando abbiamo iniziato ad accumulare l’attuale enorme debito pubblico. Il Censis cita scuole elementari che, ovunque, devono chiedere il contributo volontario alle famiglie per dotarsi delle cose più essenziali. Il fatto è che ogni anno 70 miliardi dei nostri soldi vengono spesi non per migliorare scuole o infrastrutture ma per pagare gli interessi sul debito dello Stato. Pensate quante cose in più potremmo fare oggi se le scelte pubbliche del passato fossero state più lungimiranti. E pensate quante cose in meno potremo fare in futuro se la crisi dell’euro si estenderà da Irlanda e Portogallo verso Spagna e Italia, e se di conseguenza il peso del nostro debito aumenterà ulteriormente.

Per decenni abbiamo vissuto regalando soldi e privilegi a caste di ogni tipo, e abbiamo continuamente scaricato il costo degli sprechi su anni futuri. Oggi quel costo lo paghiamo tutti, con gli interessi. E non possiamo nemmeno cavarcela con una di quelle cicliche svalutazioni che ci toglievano temporaneamente dai guai ai tempi della lira (e che però anch’esse, ogni volta, creavano le premesse di disastri futuri).

A forza di sprecare, sono diminuite le risorse a nostra disposizione, non i problemi che avremmo dovuto affrontare. Pensate al Mezzogiorno. Da quarant’anni non riesce a ridurre l’enorme divario che lo separa dal resto del Paese. E non perché siano mancati i soldi: l’Italia ha speso, per le regioni arretrate, quanto e più di altri Paesi. Solo i risultati sono diversi. Con quei soldi la Germania ha risolto un problema che da noi si è invece aggravato: il Censis stima che il 79,2% della popolazione meridionale (il 22,3% di quella italiana) vive in comuni in cui è presente il crimine organizzato. Qualche anno fa quel dato era minore.

La componente comune di tutti questi problemi, presenti e passati, è dunque la cattiva gestione della spesa pubblica. In Italia, imprenditori mediocri possono ignorare il mercato per sostituirlo con rendite che politici corrotti sono sempre in grado di elargirgli; lavoratori incapaci possono evitare lo sforzo di acquisire competenze adeguate perché molte assunzioni nel settore pubblico sono decise “politicamente”, a destra come a sinistra. Come sorprendersi se poi un sistema così poco meritocratico fa acqua da tutte le parti?

Oggi molti pensano che questa inefficienza pubblica nasca da un eccesso di centralismo dello Stato italiano. Non è così. Da quando, negli anni Settanta, è iniziato il decentramento amministrativo a favore delle Regioni ordinarie, il Mezzogiorno ha smesso di crescere e il debito pubblico è esploso. Più semplicemente, l’Italia ha commesso un lungo, terribile errore: ha usato le risorse pubbliche non per sostenere ma per rimandare le riforme che in tutto il mondo moderno semplificano la vita di chi lavora, liberalizzano i mercati dei beni e dei servizi, abbattono caste e privilegi, favoriscono la partecipazione femminile al mercato del lavoro, garantiscono la sicurezza dei cittadini, facilitano l’accesso all’istruzione e ne migliorano la qualità.

Riusciremo a fare le cose giuste, prima o poi? Guido Tabellini ha ricordato, sul Sole 24 Ore, che nel 1800 esisteva un Paese estremamente corrotto, con governi locali capaci di enormi sprechi. Poi in quel Paese è cambiato tutto: le istituzioni sono state riformate in modo da consentire ai cittadini elettori di conoscere il nome di ogni pubblico amministratore corrotto e di punirlo politicamente. Quel Paese è l’America.

Forse da qui si dovrebbe partire: obbligare Stato e Regioni a misurare rigorosamente gli effetti prodotti dagli investimenti pubblici, e a rendere noti i risultati di quelle analisi. Finché ci accontenteremo di sapere quanto la politica spende per iniziative contro la disoccupazione, per esempio, senza poi esigere che si sappia in dettaglio cosa è stato davvero fatto con quei soldi, lasceremo spazi enormi a sprechi e corruzione. E ci meriteremo non solo i mediocri politici che da anni affollano aule consiliari e organismi esecutivi ma anche altri deprimenti rapporti Censis.

[Da: La Nuova Sardegna, 5 novembre 2010, pp 1-21]