lunedì 3 gennaio 2011

Sardegna 2011: Il problema è spendere meglio

In sintesi: Le economie che vanno bene, in tutto il mondo, non sono quelle che incrementano continuamente i budget a disposizione del governo. Sono invece quelle capaci di dotarsi della qualità istituzionale necessaria per offrire ai cittadini i beni collettivi essenziali per lo sviluppo.
[da: La Nuova Sardegna, 2 gennaio 2011, p. 15]
Cosa succederà all’economia della Sardegna nel 2011? Per fare qualche ipotesi è bene alzare lo sguardo e dare un’attenta occhiata allo stato di salute della nostra moneta. L’euro sta decisamente male per colpa di Grecia, Irlanda e Portogallo e del sospetto di insolvenza che circonda quei Paesi a causa delle loro disastrate finanze pubbliche. Magari si tratta di un dubbio esagerato, ma a questo punto rassicurare il mercato è molto difficile. Se le tasse potessero aumentare e la spesa pubblica diminuire, se la produttività dei loro sistemi economici potesse migliorare in tempi rapidi, tutto si sistemerebbe. Ma le tasse sono già alte quasi ovunque e la parte della spesa pubblica che potrebbe essere ridotta senza compromettere la crescita economica - la spesa corrente: stipendi e posti di lavoro - è anche quella politicamente più difficile da ridimensionare. Per non parlare della produttività, che può essere migliorata solo se si ha la capacità, finora del tutto assente, di riformare le leggi che regolano l’economia. Di fronte a queste vicende europee possiamo solo incrociare le dita e sperare che non si scateni un effetto domino che metterebbe a rischio l’esistenza stessa dell’euro, con conseguenze disastrose per tutti.
 Nel frattempo, l’inevitabile conseguenza di questo stato delle cose è che la disciplina fiscale dovrà aumentare ovunque. Per l’Italia ciò significa ridurre il proprio enorme e costoso debito pubblico attraverso tagli alla spesa delle pubbliche amministrazioni (la pressione fiscale è già intollerabilmente alta e la lotta all’evasione non può fare miracoli).
 Ci saranno meno soldi per ogni livello territoriale di governo, dunque: ecco un tema che condizionerà molto le economie regionali nel 2011 e negli anni successivi. Non è detto che sia un danno. Nel nostro indisciplinato passato fiscale, la disponibilità di risorse abbondanti è stata spesso la scusa per gonfiare una spesa corrente che ancora oggi tiene in vita enti e posti di lavoro inutili e che, a lungo andare, sottrae risorse agli investimenti per lo sviluppo. Con meno abbondanza sarà forse più facile combattere gli sprechi.
 Forse. I segnali che si colgono nella cronaca politica regionale non sono però incoraggianti. Invece di discutere di lotta agli sprechi, gran parte dei politici sardi preferisce scambiarsi idee su come ottenere più soldi dallo stato centrale. Non che il tema delle entrate sia trascurabile, ma ben più attenzione dovrebbe essere dedicata a capire ciò che è necessario fare per aiutare la nostra economia a diventare più competitiva e la nostra società più giusta.
 Su questo infatti siamo dalle parti dello zero. La recente vicenda del prezzo del latte ovi-caprino lo dimostra bene: analisi pigre, superficiali e spesso sbagliate hanno generato proposte vecchie, inconcludenti e costose. Centinaia di milioni spesi per rumorosi piani straordinari “per il lavoro” hanno prodotto risultati che, anni dopo, nessuno ancora conosce. Interventi di ogni tipo nella scuola non hanno finora impedito che la Sardegna sia al quart’ultimo posto, in Italia, anche nei test OCSE-Pisa del 2009 sulle capacità di apprendimento dei quindicenni.
 Le economie che vanno bene, in tutto il mondo, non sono quelle che incrementano continuamente i budget a disposizione del governo. Sono invece quelle capaci di dotarsi della qualità istituzionale necessaria per offrire ai cittadini i beni collettivi essenziali per lo sviluppo.
 Sta bene chi spende bene, e per spendere bene bisogna migliorare le istituzioni che ci governano: non ci sono altre vie. Certo, migliorare le istituzioni non è facile, ma non tentarci sarebbe assurdo. In questo momento in Italia molte regioni (Lombardia, Piemonte, Umbria, le Provincie di Trento e Bolzano, per esempio) stanno adeguando statuti e regolamenti delle Assemblee Legislative per migliorare la propria capacità di controllo, monitoraggio e valutazione degli effetti delle politiche pubbliche. In tutto il mondo, riforme di questo tipo hanno reso più trasparente l’uso politico delle risorse pubbliche e hanno aiutato ad aumentare l’efficacia dell’azione dei governi. Niente, davvero niente ci impedisce di seguire anche noi lo stesso percorso: basta che in Consiglio regionale si promuova un accordo bipartisan su poche, semplici regole del tutto simili a quelle adottate dalle altre regioni.
 Il 2011 potrebbe essere l’anno in cui riuscire a migliorare - magari di poco, ma in modo significativo - istituzioni e qualità della spesa pubblica. L’alternativa è sprecare le nostre energie alla ricerca di improbabili nuove entrate con cui continuare a finanziare politiche di nessuna efficacia.