martedì 1 febbraio 2011

La cupa visione di chi vuol vincere a tutti i costi

Giorgio Todde sulle primarie di Cagliari e sull'incapacità del Pd di capire un punto apparentemente molto semplice: che è sempre più intollerabile, per un numero di elettori sempre più grande, l'idea che esistano persone così arroganti da spartirsi posti di potere pensando di non doverne risponderne a nessuno. E che ritengano di poterlo fare senza nemmeno dover buttare giù un discorso decente, credibile, sulla città, i suoi problemi. le soluzioni proposte. (FP)
di Giorgio Todde (da: La Nuova Sardegna, 1 febbraio 2011)

Ci saremmo immaginati l’eterno «stato maggiore» del Pd sardo rinchiuso in una stanza per riflettere sulla sconfitta a Cagliari, le facce segnate, una sigaretta dopo l’altra. Il Pd che puntava a sopravvivere diventando più destro della destra, apatico, attraversato da tossine mai digerite, abbottonato su casi spinosi che affliggono la città e l’isola. Indifferente alle lezioni che arrivano da tutto il Paese dove i candidati del partito vengono sconfitti, contestati, sospettati.

 Anche a Cagliari, come in altre città, l’aspirante sindaco del Pd è stato scelto da un gruppo ristretto di «cervelli» durante riunioni che immaginiamo indimenticabili. Una candidatura disastrosa che «l’opinione pubblica di sinistra» ha rifiutato con un soprassalto. Una sconfitta doppia: sconfitto il candidato e azzerata la capacità del partito di chiamare gli elettori «di sinistra» alle urne. Incapace di muovere la cittadinanza per le elezioni primarie perché incapace di mobilitarla sulle grandi questioni. Perché mai schiere di elettori si sarebbero dovute recare al voto senza essere interpellate sulle scelte, né su quella del candidato né su quelle importanti per la comunità?

 A un partito distaccato gli elettori hanno risposto con distacco. A un partito privo di passione, anaffettivo e impaurito hanno replicato con un silenzio sepolcrale. La città ha ritenuto intollerabile, come in effetti è, che il loro sindaco fosse scelto da un «gruppetto» che della comunità, dei suoi umori e perfino della sua storia poco sa e poco si preoccupa.

 Ieri gli elettori, scegliendo il candidato, hanno manifestato la naturale esigenza di una sinistra identificabile come tale, di un’opposizione ferma e riconoscibile. Che ha vinto perché disposta, per sostenere i propri princìpi perfino a perdere. Sì, perché lo slogan «vogliamo vincere a tutti i costi» contiene in sé una cupa visione della politica. Vincere «a tutti i costi», anche a costo di «giocare male», di non essere più se stessi, è un proposito indecente. Si perde di sicuro quando per «vincere a tutti i costi» si rinuncia alla propria cultura «copiando», come un compito a scuola, quella di altri.

 A Cagliari, si sa, governano i mattoni. Si vince o si perde sull’urbanistica.  Contro la visione rovinosa della «città impresa» che concentra nelle mani di pochi un’economia asfittica, gonfiata e destinata al fallimento occorre un disegno urbanistico opposto, limpido, qualificato. E progressista. E’ necessario saper spiegare che non si deve più costruire perché serve solo a chi costruisce, che è una follia colmare di cemento i vuoti urbani e costruire a Tuvixeddu, demolire lo stadio nell’interesse di un singolo, evocare una «grandeur» fondata sull’edilizia, una «grandeur» che esiste solo nelle fantasie elettorali. La città rassomiglia sempre di più al suo hinterland che riempie Cagliari di giorno e poi la lascia semi deserta la notte - salvo una squallida parodia di «movida» - perché gli abitanti sono stati allontanati da una precisa scelta politico-aziendale che ha sparso quasi mezzo milione di persone in un’area in cui non esiste più un tessuto sociale coeso e riconoscibile. La trascurata maggioranza della città non ha interesse diretto nei grandi affari e comprenderà quale rovina è la teoria della «città impresa».

 Oltretutto è scomparsa, anche a leggere il tetro comunicato dell’impermeabile segretario regionale del Pd, l’aspettativa di un’autocritica, «armamentario» ritenuto superato. Sostiene in sostanza il segretario ignifugo che la colpa della disfatta è di chi non è andato a votare. Come dire, noi lo avevamo detto, ma questi testoni non ci hanno ascoltato.

 E perfino quella speciale realtà politica isolana che nel 2004, vincendo le elezioni regionali, era apparsa a tutti una novità anche in campo nazionale, oggi è stata risucchiata verso il basso da calcoli e accordi che hanno indebolito la speranza di una politica nuova, fondata sugli ideali espressi dalla povera e bistrattata - chissà se ancora resiste - società civile.