lunedì 26 settembre 2011

Intervista: l'Europa, la crisi, la politica

L'Europa non è capace di gestire la crisi. E l'Italia non conosce crescita da quindici anni
L'economista Francesco Pigliaru analizza la situazione economica dell'Occidente 

di Maddalena Brunetti

Francesco Pigliaru parla con Sardinews nel suo studio alla facoltà di Giurisprudenza di Cagliari, dove insegna Economia politica. È un docente ma soprattutto un luminare dell’Economia che ha studiato a Sassari, Milano, Cambridge e Berkeley. È stato direttore di Crenos dalla sua fondazione al 1998, consigliere di amministrazione del Banco di Sardegna, Visiting professor all’università di Londra, assessore al Bilancio e Programmazione della Regione e molto altro. Tra le sue pubblicazioni più importanti “Economic Growth and Change. National and Regional Patterns of Convergence and Divergence (co-editor: J. Adams). Prorettore all’università ha 53 anni. Non ama le luci della ribalta.

Non si fa che parlare di crisi, un argomento che resta al centro del dibattito politico, economico e sociale. Stiamo tornando al ’29?  Forse siamo più vicini al ’29 di quanto avremmo mai potuto immaginare quando Keynes con “La teoria generale” aveva trovato un modo per gestire gli alti e bassi del sistema. La globalizzazione però ha cambiato il quadro. Oggi siamo così vicini al ’29 perché manca una visione d’insieme, la capacità di gestire la crisi. La politica è debole e, soprattutto in Europa, è indecisa. I mercati, sono enormemente preoccupati e non vedono una politica capace di riconoscere il problema e proporre una cura. Come nel caso della Grecia: si vuole continuare a credere che ce la farà, mentre, come sostiene l’Economist, i mercati sembrano convinti che non ce la farà, che resterà insolvente. Agli occhi del mercato, la politica stenta a riconoscere questo dato di fatto, preferisce far finta di nulla. Una politica balbettante, vista dai mercati genera il panico che provoca le previsioni che si autorealizzano. Se non si è in grado di risolvere il piccolo problema della Grecia allora non ci sarà la capacità di gestire i problemi di Italia e Spagna che sono più grandi ma più gestibili perché riguardano la liquidità e non l’insolvenza. Ecco che il panico mette a rischio tutti”.

Qualche settimana fa Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera, scriveva che nei 34 Paesi dell’Ocse, quindi quelli più avanzati, i disoccupati sono 44 milioni. Tanti quanti la popolazione della Spagna. E c’è chi nel breve periodo ne prevede 100 milioni. Siamo sull’orlo dell’abisso?  C’è la crisi di panico e non per il numero di disoccupati in sé. Ribadisco: mancano istituzioni capaci di tranquillizzare i mercati, il settore privato. Manca, come dice Guido Tabellini, un garante di ultima istanza. Un ruolo che forse potrebbe essere assunto dalla Banca centrale europea che può stampare moneta e ridare liquidità ai Paesi in crisi, senza il rischio dell’inflazione. Esattamente come sta facendo la Federal reserve americana. L’intervento della Banca centrale può fare molto di più di tutto quello che è stato proposto fino ad ora, inclusi gli Euro bond. Per cui l’Europa si può salvare se la Banca centrale farà da garante perché molti Paesi sono solvibili nei fatti ma quello che li mette a rischio è il panico”.

In Spagna ci sono gli “indignados” che lamentano anche il 47,3 per cento di disoccupazione giovanile. In Sardegna si arriva al 47,7 per cento. Quanto dovrebbero essere più indignati degli spagnoli?  Forse in Spagna c’è stato un effetto choc sui giovani perché per molto ha vissuto in una bolla speculativa nata dall’edilizia. C’è stato un cambio drammatico delle aspettative nel giro di poco. Un collega spagnolo mi ha raccontato che molti ragazzi preferivano non proseguire gli studi perché un posto in edilizia faceva guadagnare di più che un lavoro da laureato. Pensiamo a cosa deve essere stato risvegliarsi con la consapevolezza che ora ci sono milioni di case invendute e non si costruisce più niente. I giovani italiani dovrebbero essere indignati almeno da 20 anni per come vanno le cose. L’indignazione se vogliamo è anche un sentimento facile, bisogna vedere verso cosa la si orienta e qui viene il difficile. Il panico nasce anche perché ci sono Paesi come l’Italia che non fanno i compiti a casa. Hanno sfruttato i vantaggi offerti dall’euro per far finta di nulla e non risolvere alcuni punti importanti. Se penso che da una parte politica si fa enorme fatica a paralare del problema pensionistico e dall’altra non si riesce ad affrontare quello dell’evasione fiscale, allora mi convinco che c’è davvero molta strada da fare, che l’Italia è un Paese che vuole continuare a non muoversi”.

L’economista George Magnus – che aveva previsto la crisi dei subprime - ha pubblicato un articolo che si intitolava “Diamo a Karl Marx la possibilità di salvare l’economia mondiale”. Che si fa, torniamo indietro?
Ma per carità. Karl Marx di Economia ha capito pochissimo”.

Ultimamente si parla di ring, di una barriera di protezione per le attività finanziarie regolate. Cosa dobbiamo aspettarci un salvagente per la grande finanza?  C’è un problema di gestione delle crisi del settore finanziario. Il circolo vizioso di cui abbiamo parlato prima ha caratteristiche evidenti. Se, ad esempio, si accettasse che la  Grecia non è in grado di pagare il debito, il settore pubblico dovrebbe farsi carico di non far fallire le banche che hanno investito in titoli greci. Un fallimento che si dovrebbe impedire anche se una baca avesse fatto semplicemente male il suo lavoro. Questo perché è cruciale salvarle. Se il settore finanziario non è più in grado di far girare liquidità, allora tutto - a catena  - ne risentirebbe. Per questo vanno salvate, per poi dettare regole più severe. Ma ora va evitato il disastro”.

La Confindustria di recente ha stimato la crescita di quest’anno in Italia pari allo 0,7 per cento. Per il 2012 era stata prevista dell’1,1 per cento, previsione aggiornata allo 0,2 per cento. Siamo a una ricchezza piatta, in un’Italia che non si muove?  L’Italia non cresce da 15 anni: un risultato bipartisan perfetto. E anche quando cresceva lo faceva per motivi non virtuosi: perché aveva la lira che poteva svalutare a piacere e perché aveva un settore pubblico che generava il debito che oggi ci sta strozzando. Crescevamo mangiandoci il futuro che ora è arrivato. Quindi crisi di panico e compiti a casa da fare. Tra quelli non fatti ci sono le condizioni per creare impresa. Abbiamo un sistema di leggi e regolamentazioni assurde che oltre a bloccare le iniziative, non attira capitali internazionali. Tra i problemi italiani ci sono anche le piccole imprese. Ci hanno detto che piccolo è bello ma non è così. Viene meno la capacità di innovazione, di assorbimento di capitale umano. Ci sono leggi che in sostanza incentivano la piccole imprese a rimanere tali, ci sono imprenditori che sono terrorizzati dall’idea di superare i 15 addetti perché si entra in un altro mondo. Va affrontata, come suggerisce Pietro Ichino, la maggiore possibilità di licenziare ma affiancata da un welfare forte, che non la renda drammatica per i lavoratori. Ci vorrebbe la stessa flessibilità dei Paesi del Nord Europa che sono forti e stabili”.

L’articolo 8 della Manovra, è la medicina giusta per l’Italia che non cresce?  Non è il modo giusto di intervenire ma non c’è dubbio che il mercato del lavoro ha bisogno di flessibilità che va coniugata con maggiore sicurezza sociale. Un discorso che dovrebbe essere esteso a tutto il mondo occidentale perché non si può pretendere che i cinesi alzino i salari, siamo noi che dobbiamo organizzarci. Per tornare all’Italia, noi ci intestardiamo a imporre le stesse condizioni in tutta la Penisola senza voler affrontare il problema del Mezzogiorno. Ma se il Nord resta una delle regioni più ricche d’Europa, il Sud è sempre più una delle più povere. Come si fa a voler stabilire livelli salariali uguali per tutti. Al di là delle stupidaggini di Umberto Bossi, è vero che l’Italia si sta spezzando in due. Faccio l’esempio della Germania, dopo l’unificazione si decise di imporre i salari dell’Ovest all’Est. Subito dopo la disoccupazione della parte Est esplose e a questo punto si decise di lasciare ai Lander tedeschi flessibilità nella contrattazione. La convergenza tra Est e Ovest non è ancora conclusa ma il divario si è ridotto moltissimo”.

Luigi Guiso chiede che venga sviluppato il capitolo crescita. Intanto però abbiamo perso l’informatica, la chimica e sembra che stiamo per perdere anche l’auto e i cantieri navali. Come si può incrementare la crescita in un Paese che non produce?  Se le imprese restano piccole non possono essere competitive, non possono assumere capitale umano e magari l’ultimo ragazzino geniale che va via. Sergio Marchionne ha detto in tutti i modi come si potrebbe tenere la produzione in Italia. La crescita nasce dall’aumento di produttività”.

La Sardegna ha perso tutta la sua attività industriale ed è di questi giorni l’annuncio delle prime casse integrazioni a Tiscali. Dove stiamo andando a parare?  La Sardegna è una piccolissima regione nel mondo e come tale non ha il medico che la obbliga ad avere una percentuale di occupati nel settore industriale. Invece di sprecare enormi quantità di denaro pubblico per cercare di tenere in piedi miniere impossibili o industrie destinate al fallimento, sarebbe stato enormemente più saggio usare i soldi per creare prospettive di reddito per i lavoratori che uscivano a quei settori”.

La stagione turistica è stata un disastro. Dobbiamo abbandonare l’idea che il turismo sia il volano dell’economia sarda, la panacea ai problemi dell’isola?  Il turismo sta reggendo questa regione grazie soprattutto alle bellezze uniche dell’isola. La stagione è andata male perché c’è la crisi e le famiglie hanno ridotto le spese per le vacanze. Il turismo va gestito con cura. I Paesi che lo hanno fatto sono quelli che crescono di più nel quadro internazionale, e sono spesso isole o piccole realtà. Forse si dovrebbe guardare a questi modelli”.

L’artigianato, quello moderno che crea dei pezzi spesso unici di altissima qualità, quanto può sopravvivere alla crisi?  Nel momento di crisi ballano tutti ma se si fanno prodotti di qualità c’è una possibilità di creare mercato di nicchia. Il mondo è grande e non è tutto in crisi. Se avessimo un turismo capace di guardare al mercato cinese scoprirebbe che i cinesi non sono in difficoltà e viaggiano. A questo si dovrebbe aggiungere la capacità di una commercializzazione di qualità. Con la giunta Soru era stata creata Sardegna Promozione, sarei curioso di sapere che cosa è stato fatto”

Farebbe un bilancio sul progetto “Master and back”, visto che ne è il padre?  Per me è rimasto in parte monco perché si è intervenuti in modo adeguato per aumentare l’offerta regionale di alta formazione, ma si è fatto molto meno per stimolare la domanda di competenze da parte del settore produttivo. Quando abbiamo iniziato eravamo consapevoli che il difficile sarebbe stato il back. Siamo partiti dal master, dalla domanda  investendo 50 milioni di euro tolti dalla formazione professionale che era fatta in maniera poco adeguata. Per l’offerta avevamo al centro l’idea di incentivare le imprese a crescere o a consorziarsi tra loro per investire in formazione, ricerca e sviluppo. Solo così è possibile assorbire le alte competenze. Nella fase in cui questa parte dell’intervento andava spinta con la necessaria forza tecnica e politica, io, per motivi che qualcuno forse ricorda, ho deciso di dimettermi dall’incarico di assessore. Ma le politiche a favore della cooperazione tra imprese piccole sono essenziali e dovranno comunque essere adottate, non solo per favorire il back, ma soprattutto per rendere la Sardegna (e l’Italia) più innovativa e produttiva. Non ci sono alternative”.

[da: Sardinius, settembre 2011;