venerdì 30 settembre 2011

Mezzogiorno in crisi: decentrare non risolve


Inutile sorprendersi se dal sud si emigra di nuovo. Per decenni, si sono sprecati un sacco di soldi e si sono fatti un sacco di errori: molta assistenza, niente sviluppo. Due errori mi sembrano particolarmente importanti. Se ne discute poco perché sono temi scomodi, ma ignorarli ci porterebbe a rifare gli stessi errori del passato. Ne parlo in questo articolo per la Nuova Sardegna.



Il sud si sta spopolando, ci informa la Svimez. Dal 2000, quasi seicentomila persone hanno abbandonato le regioni meridionali in cerca di lavoro, tra loro molti laureati. Nulla di sorprendente, purtroppo: è la prevedibile conseguenza di un disastro che dura da decenni.

Decenni perduti
Quarant’anni fa, il prodotto pro-capite meridionale era più o meno il 60% di quello del abitante del centro-nord. Oggi siamo ancora lì, al 58,5%. Questo dato è semplicemente clamoroso. Nessuna nazione sviluppata ha il 20% e più della popolazione incastrata in un’area così lontana, e da così tanto tempo, dagli standard di benessere del resto del Paese. In alcune fasi della loro storia, altre nazioni hanno avuto situazione simili: Spagna e Germania per esempio. Con la differenza che lì le politiche adottata a favore delle regioni più povere hanno prodotto i risultati attesi, da noi no.

Il disastro del Mezzogiorno ci costa moltissimo anche in termini di formazione di quel debito pubblico che oggi ci soffoca. Ogni anno il sud riceve dal resto del Paese una cifra pari al 16% di quanto produce: con questi numeri, se il Mezzogiorno fosse uno stato indipendente sarebbe fallito. Questo enorme trasferimento di risorse sarebbe del tutto ragionevole se aiutasse il sud a poterne fare a meno in futuro. Purtroppo negli anni si è trasformato in assistenzialismo incapace di generare sviluppo.

In questo quadro la nuova emigrazione non sorprende, dicevo. Fino a poco tempo fa, la speranza di un giovano laureato meridionale era di trovare lavoro nel gonfiatissimo settore pubblico. Molti un posto lo hanno davvero trovato in enti di ogni tipo, nell’infinita storia di sprechi, di clientelismi, di assenza di merito di cui tutti sappiamo tutto. Oggi però la crisi delle nostre finanze pubbliche rende chiaro che attendere ancora è inutile: la gestione rigorosa del debito a cui siamo obbligati ha davvero cambiato tutto. E se il settore pubblico non assume più, non può farlo, se non il minima, parte il settore privato meridionale, piccolo, formato da imprese piccole e spesso marginali che nessuna politica, finora, ha saputo aiutare a crescere.

Se le istituzioni locali funzionano meglio al nord che al sud
Di fronte a tutto ciò, non c’è altra strada se non quella di capire cosa non ha funzionato e cosa si può ancora fare. Tema non facile, ma qualche elemento è bene averlo chiaro per evitare gli errori del passato. Primo, il Mezzogiorno non è in questa situazione perché lo Stato italiano è avaro. Tutti i dati che abbiamo mostrano che l’Italia ha speso per le regioni in ritardo più o meno quanto Spagna e Germania. Quello che cambia sono i risultati, non l’ordine di grandezza dell’intervento pubblico.

Secondo, istituzioni formalmente simili e similmente finanziate funzionano in modo molto diverso al nord e al sud. Chiunque conosca le rilevazioni PISA-OCSE e Invalsi sull’apprendimento degli studenti sa di cosa parlo, così come lo sa chi conosce lo stato della sanità pubblica nelle nostre regioni. E per quanto riguarda le dotazioni infrastrutturali, in alcune regioni meridionali costruire un chilometro di strada costa quattro volte più che costruirlo in regioni del nord: un bell’indice del livello di spreco e di corruzione con il quale sarebbe ora di fare i conti. Infine, il livello della produttività e le condizioni del mercato del lavoro sono molto diversi tra nord e sud.

Quarant’anni fa è successo qualcosa alle politiche a favore del Mezzogiorno, qualcosa su cui si è riflettuto poco. Nei venti anni precedenti, tra il 1951 e il 1971, le regioni del sud erano riuscite a correre più velocemente di un centro-nord che pure era il protagonista dell’unico, vero miracolo economico italiano. Poi tutto si è fermato, fino ad oggi. Quarant’anni fa sono accadute due cose importanti ma troppo spesso ignorate. La prima è la sostituzione delle “gabbie salariali” con un contratto unico nazionale. Anche la Germania, dopo l’unificazione, ha adottato un contratto unico nazionale. Poi, visto che i Lander dell’Est faticavano a convergere hanno cambiato idea, consentendo molta più flessibilità contrattuale: le cose sono andate subito molto meglio. Il secondo  evento di quegli anni è il decentramento politico e amministrativo. I governi e le istituzioni locali  sono diventati sempre più importanti nel disegnare e nel gestire le politiche regionali per lo sviluppo. Con istituzioni meridionali sistematicamente meno efficienti di quelle del nord, nessuno dovrebbe sorprendersi se la rincorsa del Mezzogiorno si è fermata sulla soglia di questa rischiosa riforma dello stato italiano.

Ragionare sugli effetti di queste due riforme, condivisibili in astratto ma forse affrettate e velleitarie nella pratica, può aiutarci a trovare modi finalmente efficaci per sostenere lo sviluppo del Mezzogiorno. Sulle regole contrattuali qualcosa si muove, anche grazie alla spinta che viene dall’Europa. Sui rischi del decentramento in una nazione così eterogenea invece si discute poco: tutti, a destra come a sinistra, fanno finta di credere che responsabilizzare ulteriormente i livelli locali di governo sia la soluzione ai nostri problemi regionali. Non lo è, almeno fino a quando non avremo capito come rendere molto più efficienti le istituzioni meridionali. Nel frattempo, lo Stato centrale ha ancora un ruolo essenziale da giocare a favore del sud. Lo ha svolto malissimo per decenni, auguriamoci che qualcosa cambi in fretta.

[da: La Nuova Sardegna, 30 settembre 2011]