venerdì 14 ottobre 2011

Maggiore autonomia? Alla crescita del Sud non è proprio servita

Scarso civismo e degenerazione delle istituzioni autonomistiche combinati insieme frenano lo sviluppo
[Dal libro Il capitale sociale: che cos’è e che cosa spiega (Donzelli Editore, 212 pagine, 17 euro), La Nuova Sardegna di oggi pubblica un brano dal capitolo «Capitale sociale, crescita e shock istituzionali: che cosa ci insegna il caso del Mezzogiorno», scritto dagli economisti Luciano Mauro e Francesco Pigliaru]

Esistono buoni motivi per giustificare il ruolo centrale che il Mezzogiorno d’Italia ha svolto nei ragionamenti sulle conseguenze economiche del capitale sociale. C’è naturalmente l’ampia eterogeneità della storia delle regioni italiane (Robert D. Putnam, «La tradizione civica nelle regioni italiane», Mondadori, 1993). C’è l’anomala persistenza del divario economico «Nord-Sud», che ormai da quasi quaranta anni oscilla, senza alcuna tendenza a ridursi, intorno a un valore pari al 60%.
 Questo quadro di notevole stazionarietà è generalmente considerato coerente con l’interpretazione di Putnam secondo cui «primo, il Centro-nord si è sviluppato più velocemente perché dotato di un migliore capitale sociale. Secondo, le differenze nel capitale sociale tra regioni d’Italia sono altamente persistenti nei secoli».
 
Molta evidenza recente sembra confermare la validità di questa impostazione. De Blasio e Nuzzo, i cui risultati principali sono esposti in questo volume, mostrano che il capitale sociale odierno è effettivamente correlato con vicende storiche dei comuni italiani avvenute più di settecento anni fa, e che la parte esogena del capitale sociale spiega significativamente le performance economiche territoriali odierne. Nell’analizzare in modo analogo l’influenza di differenze culturali - dovute a eventi storici - sulle performance economiche di sessantanove regioni europee, Guido Tabellini («Cultura e istituzioni: sviluppo economico nelle regio europee», 2010) mostra risultati che evidenziano come la relazione sia particolarmente forte nel caso delle regioni italiane. Uno studio pubblicato nel 2008 da Luigi Guiso, Paola Sapienza e Luigi Zingales indica che circa il 50% del divario Nord-Sud sarebbe dovuto al fatto che il Sud non ha potuto sviluppare città-stato, e dunque un’adeguata dotazione di capitale sociale, a causa della dominazione normanna.
 Tuttavia, non sempre il divario è stato così stabile. In particolare, il ventennio 1951-1971 è stato un periodo di alta crescita e di alta convergenza. In quei vent’anni il divario del Mezzogiorno è passato dal 48% al 67%, un miglioramento che ha motivato l’ ottimismo espresso da Robert Barro e Xavier Sala-i-Martin in un loro influente lavoro del 1991 sulle determinanti della crescita economica.

Nel più lungo termine, vi sono dunque state notevoli oscillazioni della posizione relativa del Mezzogiorno. Come riconciliarle - in particolare la presenza di un lungo e significativo episodio di convergenza nel ventennio post-bellico - con l’idea che il divario sia spiegato da di- verse dotazioni di capitale sociale inscritte nella storia di quasi mille anni prima?
 In generale, la sequenza convergenza-stabilità dei divari è compatibile, almeno a grandi linee, con la teoria tradizionale della «convergenza» neoclassica. Le economie meno sviluppate tenderanno a convergere verso quelle più sviluppate, ma senza necessariamente eguagliarne il livello di sviluppo, dovendo accontentarsi di giungere a un proprio livello dato, di stato stazionario (o di crescita costante), che dipende dai loro «fondamentali». Tra questi, naturalmente, c’è spazio per quelle «tradizioni civiche [che] hanno conseguenze durature sia per lo sviluppo economico sia per il benessere sociale di un paese, oltreché per il rendimento delle istituzioni» (Robert D. Putnam, «La tradizione civica nelle regioni italiane»)
 Il passaggio da una fase di convergenza a una di stasi dei divari non è perciò di per sé incompatibile con quel che è noto dei processi di crescita e con la tesi di Putnam. Questa va perciò presa sul serio, se non altro perché ha una importante implicazione per la politica economica: accumulare capitale sociale potrebbe infatti rappresentare il passaggio difficile ma inevitabile per migliorare significativamente la performance economica di un territorio.

Il dubbio che intendiamo avanzare qui è che il mutamento di tendenze intervenuto a partire dal 1970 sia tutto ed esclusivamente ascrivibile al fisiologico esaurimento di un processo di convergenza, con un livello del divario, a questo punto ormai stabile, condizionato dalle dotazioni locali di capitale sociale. Nel farlo, cercheremo di indagare meglio quali siano i meccanismi attraverso i quali quelle dotazioni possano influenzare le performance economiche territoriali (e dunque la prima delle due proposizioni di Putnam). Non intendiamo invece mettere in discussione la seconda delle proposizioni di Putnam: «Le differenze nel capitale sociale tra regioni d’Italia sono altamente persistenti nei secoli».
 I dubbi sul fatto che la convergenza si sia conclusa per un meccanismo di fisiologico esaurimento della stessa nascono soprattutto dalla presenza di cambiamenti istituzionali rilevanti nell’intorno del 1970, ovverosia l’abolizione delle «gabbie salariali» e il processo di decentramento amministrativo e politico a favore dei neonati livelli regionali di governo.
 Un’ipotesi che a quegli shock affida un ruolo importante è stata formulata in un modello sviluppato in un nostro recente (2011) lavoro dal titolo «Social Capital, Institutions and Growth: Further Lessons from the Italian Regional Divide». In particolare, al centro di quel modello c’è un meccanismo attraverso il quale il decentramento può «incrementare» il condizionamento esercitato dal capitale sociale locale sui risultati

L’ipotesi è basata sull’idea che il capitale sociale influenzi l’economia soprattutto attraverso gli investimenti pubblici: quando il capitale sociale è basso, i progetti di investimenti pubblici sono più esposti alla corruzione e all’abuso delle risorse pubbliche, e la crescita è più bassa. Nel modello questo meccanismo prende la forma di costi iceberg associati al processo mediante il quale le entrate fiscali sono trasformate in nuovo capitale pubblico, costi che dunque aumentano al diminuire delle dotazioni di capitale sociale.
 Il motivo per cui costi di questo tipo possono dipendere dal grado di decentramento è semplice. In generale, se il capitale sociale influisce sul funzionamento delle istituzioni, esso influenza anche la qualità delle politiche per lo sviluppo e dei servizi pubblici da esse gestiti. Più in particolare, è plausibile che le dotazioni «locali» di capitale sociale esercitino una influenza più forte sul funzionamento di livelli istituzionali decentrati che su quelli centrali. In questo quadro, è possibile che il decentramento attribuisca decisioni e gestione delle politiche a livelli di governo e a istituzioni più permeate dal livello «locale» di capitale sociale, con il relativo impatto, positivo o negativo, sui costi iceberg.

Per riassumere, l’idea da noi suggerita è che, nel caso del Mezzogiorno, il capitale sociale potrebbe essere «diventato» un condizionamento negativo per lo sviluppo territoriale solo, o principalmente, come conseguenza degli shock istituzionali che hanno avuto luogo negli anni Settanta.
Luciano Mauro e Francesco Pigliaru

PS: A questo punto il nostro lavoro continua con una sezione in cui si fanno i conti con l'evidenza empirica, sia con quella già esistente, sia con con test proposti da noi per valutare se la nostra ipotesi spiega meglio di altre il ritardo economico del Mezzogiorno. Per motivi di copyright questa parte non può essere pubblicata qui e può essere letta solo consultando il volume edito da Donzelli.

© 2011 Donzelli Editore