venerdì 4 novembre 2011

Tre scommesse difficili

Il panico finanziario che minaccia l’euro e la solvibilità dell’Italia è alimentato da tre scommesse che rischiamo di perdere a causa di una politica in crisi di consensi, apparentemente incapace di capire l’enorme rischio che stiamo correndo.
Ognuna di queste sfide riguarda un livello territoriale diverso: l’Europa, l’Italia, le sue regioni. Al livello europeo, tutto ruota intorno al ruolo da affidare alla BCE. Se potesse proporsi come “garante di ultima istanza” a sostegno dei Paesi che, come l’Italia, pur avendo un debito alto, sono tuttavia in grado di onorarlo, l’incendio divampato in Grecia avrebbe poche possibilità di estendersi. Senza un garante di questo tipo, anche un Paese solvibile può invece fallire:  il panico dei mercati può renderlo insolvibile facendo lievitare il costo del debito. Contro il panico servono dunque istituzioni credibili. La soluzione BCE funzionerebbe: funziona negli USA, in Gran Bretagna, in Giappone, tutti Paesi ad alto debito ma dove i risparmiatori sono tranquilli perché le banche centrali offrono garanzie robuste.
La politica europea non riesce ad affidare alla BCE un ruolo analogo perché la Merkel pagherebbe un prezzo politico alto: l’elettorato tedesco preferisce esporre chi ha sbagliato alla dura sanzione del mercato, con l’idea che questo sia l’unico modo per obbligare i Paesi in crisi a non rimandare ulteriormente le riforme di cui hanno urgente bisogno.
La prima scommessa politica finora persa è dunque questa: la Merkel non è stata in grado di convincere il proprio elettorato che la crisi di panico è un pericolo reale, che il mercato da solo non può curarla, che senza una azione sistematica della BCE tutti, tedeschi inclusi, pagheremo un prezzo molto più alto di quello oggi necessario per mettere in sicurezza l’euro.
Mentre aspettiamo che Berlino abbia il coraggio politico di fare la cosa giusta, noi italiani abbiamo una precisa agenda di cose da fare. L’elenco stilato il 5 agosto scorso da Draghi e Trichet nella lettera a Berlusconi basta e avanza per fare chiarezza tecnica sulle questioni principali: si tratta, in sostanza, di liberalizzare i servizi pubblici locali e i servizi professionali; di ridurre la rigidità della contrattazione salariale, per riconoscere differenze fra aziende e fra territori; di adottare la flexsecurity proposta da Pietro Ichino per avere più occupazione insieme a più garanzie per chi perde il lavoro; di mettere ordine nel sistema pensionistico, “rendendo più rigorosi i criteri di idoneità per le pensioni di anzianità”.
Un lungo elenco di azioni urgenti, e un governo che non è riuscito a farne neanche una. Di fronte ai molti sprechi del sud, la Lega difende con tenacia lo spreco delle pensioni di anzianità, che sono concentrate al nord; Berlusconi non liberalizza le professioni perché lì c’è una parte del suo bacino elettorale, e così via. E se si guarda all’opposizione, non c’è da festeggiare. In un documento appena pubblicato, il Pd elenca le dieci cose da fare per uscire dalla crisi: pensate che ci sia una sola parola sulle pensioni di anzianità?
Per fare le cose giuste ci vuole un coraggio politico che oggi non esiste: le riforme proposte da Draghi e Trichet hanno un alto costo di consenso che nessuno vuole affrontare per paura di favorire i partiti  avversari. Questa è la seconda scommessa che stiamo perdendo. Per vincerla, ha ragione Luigi Guiso: serve un governo autorevole e di vasta coalizione, in modo che il costo politico di riforme senza le quali non cresceremo più sia distribuito in modo equo fra le parti politiche.
La terza scommessa è locale. Da decenni il Mezzogiorno, Sardegna inclusa, vive ben oltre la propria capacità di creare ricchezza. Se le regioni meridionali formassero uno stato indipendente, le loro finanze sarebbero in condizioni ben peggiori di quelle greche. Se usciremo da questa crisi senza perdere l’euro, cambierà comunque tutto: le regole di bilancio di stati e regioni saranno più rigide, e ogni spreco di soldi pubblici avrà un effetto molto più negativo di quanto sia accaduto finora.
Nel mondo politico regionale, pochi sembrano fare i conti con questi ovvi cambiamenti. Ogni crisi di settore è ancora oggi l’occasione per invocare in coro costosi quanto improbabili interventi a sostegno di attività produttive spesso senza futuro. Ognuno difende un passato da cui ha ottenuto voti e nessuno sembra interessato ad alzare un po’ lo sguardo. Invece di vivere nell’illusione di poter continuare a sprecare risorse rimandando le scelte politicamente difficili, bisognerebbe concentrare le nostre energie su ciò che davvero conta per lo sviluppo di un territorio: migliorare, possibilmente a costo zero, l’efficienza della nostra amministrazione e la qualità delle istituzioni che dipendono dal nostro livello di governo.
Questa è la terza scommessa politica che stiamo perdendo. Ho paura che sia anche la più difficile da vincere.


[da La Nuova Sardegna, 4 novembre 2011, pp. 1-21]