domenica 15 gennaio 2012

ALCOA: LA CRISI SFIDA LA POLITICA


[da La Nuova Sardegna, 15 gennaio 2012, pp. 1-12.
Nei giorni seguenti la Nuova ha pubblicato due interventi in risposta questo mio editoriale, uno di Antonello Cabras (qui) e uno di Paolo Maninchedda (qui)]
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La pessima notizia che arriva da Portovesme è un dramma per centinaia di lavoratori, per le loro famiglie e per un intero territorio. Ma non è una sorpresa per nessuno perché è un dramma annunciato.  
Il peso del passato
Negli anni '60 c'erano enormi quantità di soldi pubblici da spendere per lo sviluppo del Mezzogiorno, c'era una classe politica in grado di orientare quei soldi verso specifiche destinazioni, e c'erano imprenditori pubblici e privati pronti a fare impresa rischiando poco o niente dei propri soldi. Il risultato fu la nascita dell'industria di base nel Sud, la grande illusione di creare sviluppo in poco tempo puntando su un solo numero della complessa roulette dell’economia.
Quella rischiosa scommessa è stata persa. Certo, migliaia di posti di lavoro sono stati creati per un certo numero di anni. Ma la Gallura, che si dichiarò indisponibile a ospitare grandi impianti di una qualche produzione di base, oggi sta molto meglio di chi allora scelse la strategia dell’"industrializzazione forzata".
Illusioni pericolose
Detto questo sul passato, ora il problema è quello dei lavoratori che rischiano la disoccupazione. Su questo, conviene evitare nuove illusioni. Una illusione è sperare che la politica possa bloccare la “deindustrializzazione” della Sardegna, magari inventandosi improbabili ruoli "strategici" dell'alluminio nell'economia nazionale.  La deindustrializzazione è un fenomeno fisiologico che avviene in tutto il mondo occidentale. Oggi negli Stati Uniti solo il 9% degli occupati lavora nel settore manifatturiero, ed era il 20% nel 1980; persino in Germania la quota è scesa dal 31% al 18%, in Svezia dal 24% al 14%, e così via (in Sardegna oggi siamo all’11,5%, dal 15% del 1990). Capita che oggi molta manifattura migri verso l'Asia, e che il mondo più sviluppato debba organizzarsi al meglio per competere in altri, più sofisticati campi.
Questo non significa che ci sia poco da fare. Anzi, si potrà fare molto e bene se l'azione pubblica capirà il proprio ruolo e i propri limiti. Il primo punto da capire è che dove si produce e cosa si produce lo decide il mercato, un organismo globale, complesso, impersonale, non manovrabile. Il secondo punto è che oggi bisogna accettare (e governare) molta più flessibilità che nel passato. I Paesi ricchi devono trasformarsi continuamente, inseguire innovazione, qualità, alto valore aggiunto, devono chiudere attività per aprirne altre, devono imparare a gestire crisi economiche impedendo con cura che diventino crisi sociali e resistenza al cambiamento.
Sicurezza sociale e flessibilità produttiva
Adottare strumenti che garantiscano una "flessibilità socialmente rassicurante" è la sfida principale che la politica deve affrontare. E' una sfida difficile perché chiama in causa un fattore che da noi è particolarmente scarso: il buon funzionamento delle istituzioni pubbliche.
Fossimo in un Paese scandinavo, i lavoratori dell'Alcoa sarebbero ragionevolmente sereni. Saprebbero di avere un reddito decente garantito e una intera macchina pubblica e privata capace di accompagnarli rapidamente verso una nuova occupazione. Però non viviamo in Danimarca: qualità e credibilità non sono la caratteristica né della nostra formazione professionale né dei servizi di orientamento, e così via. Ma alternative a questo percorso "danese"  non ne esistono, e mettere in fila le nostre attuali inadeguatezze ha almeno il merito di chiarire i punti essenziali di una "politica di sviluppo" su cui concentrare energie e risorse.
Tre cose da fare con urgenza
Delle cento riunioni che si faranno in questi giorni, se ne dedichi almeno una a questo stringato ordine del giorno: primo, trovare le risorse per sostenere il reddito dei lavoratori che rischiano la disoccupazione; secondo, trovare il modo di fornirgli i servizi di orientamento e di formazione di alta qualità di cui hanno bisogno e che oggi non sono presenti nel nostro territorio; terzo, favorire la nascita di nuove attività produttive, per creare la domanda di lavoro necessaria ad assorbire i lavoratori disoccupati.
Su quest'ultimo punto c'è ancora una cosa da dire. Favorire la nascita di nuove attività non significa compensare gli svantaggi di un territorio con trasferimenti di soldi alle imprese: è un metodo che non funziona. Funziona molto meglio rendere semplice l'apertura di una nuova attività economica: soprattutto, bisogna garantire tempi rapidi e certi. Per questo serve con urgenza individuare e sperimentare tutte le procedure di semplificazione amministrativa consentite dalla normativa regionale per favorire l'iniziativa privata.
In questo quadro, anche l'Alcoa può essere chiamata a fare la sua parte, contribuendo a sostenere il reddito dei lavoratori disoccupati e aiutando lo sviluppo di attività che, diversamente dall'alluminio, possano trarre vantaggio dall'essere localizzate in Sardegna.
Se non altro, il caso Alcoa dà alla Sardegna l'occasione di recuperare il tempo perduto, di adottare un vero e proprio piano straordinario per dotarsi di regole, organismi, risorse capaci di rendere sopportabile l'impatto sociale delle continue trasformazioni richieste dallo sviluppo economico. Anche di questa capacità è fatto il successo economico dei territori, in questi tempi di sconvolgimenti globali.