lunedì 9 gennaio 2012

Riforme per crescere: flexecurity e articolo 18

Si parla continuamente di articolo 18 e di flexecurity. Parte della sinistra pensa che l'articolo 18 sia una questione di "civiltà", e che dunque non possa essere toccato. Secondo questo punto di vista, senza l'articolo 18 le imprese licenzierebbero a piacere e i diritti fondamentali dei lavoratori verrebbero violati.
Poi però un'altra parte della sinistra parla di una soluzione alternativa, la flexecurity nord europea, una riforma che di fatto sostituirebbe -- almeno per i nuovi assunti -- le regole dell'articolo 18.
La flexecurity prevede infatti che le imprese licenzino più facilmente di quanto previsto dall'articolo 18; allo stesso tempo, dà grandi (e costose, per il bilancio pubblico) garanzie ai lavoratori licenziati: un reddito dignitoso durante la disoccupazione e un percorso (si spera di qualità) di formazione finalizzato alla rapida ricerca di un nuovo posto di lavoro.
Punti principali: quanto è facile licenziare nella flexecurity? In altre parole, le imprese potranno licenziare con leggerezza? E dove troviamo le risorse per sostenere economicamente i disoccupati  nel percorso verso una nuova occupazione?
Queste sono le domande importanti, al di là dei pregiudizi ideologici di cui è pieno il dibattito sui giornali.
In breve, le risposte sono queste: licenziare sarà costoso per le imprese, e anche molto, ma sarà meno costoso di quanto di fatto lo sia ora (il costo principale è la lunghezza e l'incertezza del periodo necessario per risolvere definitivamente un rapporto di lavoro); le risorse si possono trovare tagliando le enormi inefficienze del bilancio statale e responsabilizzando anche economicamente le imprese, che saranno chiamate a finanziare parte del percorso che porterà il licenziato verso un nuovo lavoro.
Per farvi un'idea più chiara, leggete questa lettera di Pietro Ichino e, per approfondire, la proposta di legge pubblicata nel suo sito.