domenica 24 giugno 2012

Indipendenza o cessione di sovranità?

Negli Usa le cose vanno meglio che in Europa perché gli Stati hanno ceduto molto potere al governo federale. Una lezione per l’Europa, ma anche per la Sardegna

C'è un tema che chiunque voglia fare politica in Sardegna non può evitare: la Sardegna deve aspirare all'indipendenza? E' una domanda complicata, come tutti sanno. Se ne discute in tutto il mondo, da sempre. Ci sono, pronte all'uso, molte risposte possibili: per esempio, si può sostenere che l'indipendenza sia un valore in sè, costi quel che costi; o si può invece sostenere che rappresenti la condizione necessaria per ottenere condizioni di vita migliori. 

Trovo questo secondo punto di vista più interessante perché meno vago del primo e comunque e più valutabile con dati alla mano. In più, credo che aspirazioni "costi quel che costi" siano merce molto rara: l'Economist ha recentemente rivelato che il rischio di perdere 500 sterline all'anno a testa sembra sufficiente a convincere la grandissima parte degli scozzesi (il 79%) a mettere nel cassetto i sogni di indipendenza. I conti economici dunque bisogna farli e un modo per iniziare è prendere sul serio la tempesta in cui da anni è coinvolto l'euro e l'intera costruzione dell'unità europea. Il centro di questa tempesta è infatti la questione della sovranità dei singoli stati che formano l'unione. Per dirla un po' brutalmente, il caos nasce dal fatto che la rinuncia alle monete nazionali (una perdita di sovranità nella politica monetaria da parte dei singoli Paesi) non è stata accompagnata da una parallela perdita di sovranità in altri ambiti come quelli della politica fiscale o della vigilanza sul sistema del credito. 

Questa insufficiente "cessione di sovranità" nazionale a favore di un livello sovranazionale di governo impedisce oggi all'Europa di affrontare e di risolvere problemi tutto sommato limitati come quelli della Grecia e dei debiti sovrani accumulati dai singoli stati membri. Per capire questo punto, basta immaginare come la crisi greca verrebbe affrontata negli Usa. Lo ha spiegato efficacemente Paul Krugman in un articolo di pochi giorni fa sul New York Times. Perché – si chiede Krugman – l'area del dollaro funziona senza crisi statali gravi come quelle che stanno minacciando la sopravvivenza dell'euro? La risposta è che esiste «un forte governo centrale, e che le attività di questo governo di fatto forniscono piani di salvataggio automatici agli Stati colpiti da crisi economiche». 

Naturalmente, la forza di questo governo centrale ha origine nella molta sovranità che i singoli stati hanno ceduto a suo vantaggio. In questo modo, il governo centrale americano ha oggi un potere di intervento adeguato ad affrontare crisi globali e crisi locali: può stimolare l'economia dell'intera nazione creando un debito federale garantito dalla banca centrale, e può finanziare enormi trasferimenti di reddito dagli stati ricchi a quelli in crisi in modo automatico, evitando snervanti e incerte trattative come quelle che oggi ruotano intorno alla scarsa disponibilità dell'elettorato tedesco a sostenere i Paesi dell'Europa del sud. Se mai usciremo da questa crisi ne usciremo con istituzioni ispirate a quelle statunitensi: singoli Stati senza possibilità di finanziare la spesa pubblica creando debito, con banche vigilate a livello europeo e dunque sottratte all'influenza (più o meno virtuosa) "locale". E soprattutto con un governo europeo a cui delegare la politica fiscale e il potere di decidere quando e come intervenire per affrontare le situazioni di crisi. Il tutto ottenuto attraverso uno scambio tra riduzione di sovranità "locale" e aumento della "copertura assicurativa" per tutti contro il rischio di crisi. 

E' un sistema che ha dimostrato di funzionare bene: né la California, né la Florida, né altri stati americani mostrano oggi alcuna aspirazione a rendersi indipendenti dagli enormi benefici elargiti da questo disegno virtuoso di governo multilivello. E se la California non sogna l'indipendenza, perché dovrebbero sognarla la Sardegna o la Scozia? A prima vista, capirlo è davvero difficile. Più una economia è piccola, più deve scommettere su poche cose, fare scelte di specializzazione molto nette. E queste scelte portano con sè, inevitabilmente, molta volatilità: si può crescere anche rapidamente, ma con forti oscillazioni. Le crisi rischiano dunque di colpire con più frequenza la Sardegna che la California, e la Sardegna ancora più della California dovrebbe guardare con interesse a sistemi che garantiscono un'alta protezione contro questo rischio. Poi, naturalmente, non tutte le scelte collettive sono dettate da calcolo economico e il dibattito continuerà a lungo.

[Da: La Nuova Sardegna, 24 giugno 2012, pp. 1-17]