giovedì 21 giugno 2012

Università: risorse e regole per crescere

Il 15 giugno è apparsa sull'Unione Sarda questa mia intervista sullo stato attuale della  ricerca universitaria in Sardegna e a Cagliari. Spero sia utile per capire cosa stiamo tentando di fare per investire nel presente e soprattutto nel futuro.

Francesco Pigliaru, pro Rettore per la Ricerca Scientifica: ci sono 17 milioni per i dottorati e 8 per i ricercatori a tempo determinato con 50 nuovi posti

Alla fine, i soldi per la ricerca ci sono. Rispetto a molte altre regioni, la Sardegna sorride e l'ateneo cagliaritano con una dote di 20 milioni di euro ha potuto finanziare 187 progetti (su 555 presentati) per un importo medio di 125 mila euro. Ma come si spendono questi soldi, quali garanzie ci sono nell'assegnazione dei fondi? Il professor Francesco Pigliaru è pro Rettore per la Ricerca Scientifica, i Rapporti Istituzionali, l'Innovazione e Attività Produttive, in pratica lavora per «trovare risorse per dare a tutti buone opportunità e adottare regole capaci di individuare e premiare la qualità». Mica facile in un momento storico debilitato da una forte crisi economica e con una riforma universitaria che chiama a una nuova gerarchia meritocratica.
Che fare?
«Mettere nelle condizioni migliori chi sta già facendo ricerca e capire come tenere aperte le porte dell'università ai giovani».
Quali strategie sono state adottate?
«Primo, far funzionare la buona legge regionale sulla ricerca scientifica, che altri atenei più ricchi di noi, ci invidiano».
Come sono distribuiti i fondi?
«Ci sono 17 milioni e mezzo di euro per borse di dottorati di ricerca, 2 e mezzo per assegni di ricerca e 8 milioni per ricercatori a tempo determinato. Per questi ultimi ci sono 50 posti, davvero tanti coi tempi che corrono».
Quali obiettivi?
«Abbiamo pensato che sarebbe stato sbagliato investire nel dottorato di ricerca senza garantire i gradini successivi. In questo modo abbiamo spostato più avanti il “collo di bottiglia” cercando di non bruciare una generazione ma dandogli la possibilità di entrare e salire i primi tre gradini».
Come si accede al finanziamento?
«C'è un bando, modellato sugli standard di quelli nazionali e internazionali, che fissa rigorosi criteri».
Poi?
«C'è un comitato di garanti, attualmente quattro, di riconosciuta esperienza e capacità scientifica. Controlla il progetto e lo affida a due arbitri, i quali devono dare un giudizio serio e competente».
I garanti sono nominati dall'assessore: la politica ci mette il naso?
«Vero, la scelta è politica ma la Consulta vigila e bacchetta. Perché se qualche garante, ed è già successo, non ha titoli sufficienti viene immediatamente protestato. E il politico che sta facendo grandi investimenti sulla ricerca non vuole ormai più fare figuracce. Nel nuovo bando ci sarà scritto che i garanti saranno minino sei, per allargare la copertura disciplinare, e saranno nominati dall'assessore “sentito il parere della Consulta”».
E gli arbitri?
«Trasparenza anche qui. Intanto devono restare anonimi per i proponenti. Poi vanno scelti dopo che è stata valutata la loro pubblicazione scientifica. Perché oggi non esiste una certificazione di qualità, tutti si possono iscrivere in questi elenchi ministeriali da dove pescano i garanti. Anche qui abbiamo inserito nei nuovi bandi più controlli».
Come far camminare i risultati della ricerca?
«La ricerca di base è fondamentale, se non ce l'hai non puoi portare i tuoi prodotti sul mercato. Siamo di fronte al bivio fra research universities e teaching universities . Il nostro obiettivo è il primo perché lì puoi trasferire le conoscenze che stai producendo verso il territorio. Se perdi la ricerca ti rimane solo il capitale umano».
Allora come valorizzare la ricerca?
«Abbiamo gli stumenti, sappiamo che dobbiamo migliorare. Però sia chiaro: noi organizziamo l'offerta, la domanda deve arrivare da altri. Qui ci scontriamo con la mancanza di imprese che non riescono ad assorbire il capitale umano».
Docenti e ricercatori possono però dar vita a una scommessa imprenditoriale, il cosidetto spin off.
«Certo ma sono pochi gli spin off che funzionano. Anche perché tutti aspettano che sia lo Stato a metterci i soldi. E poi il ricercatore raramente ha l'animo dell'imprenditore: sono due mestieri e stili quasi all'opposto».
Qualcuno dice: ma sono usati bene questi soldi?
«Faccio un esempio: se un Dipartimento ha ricercatori non attivi, quelli che pubblicano poco e male, si tagliano i soldi, si perde nella classe di merito. Seguendo questa disciplina aumenta la qualità e si combatte l'inefficienza. Negli Stati Uniti non ci sono concorsi, il docente dialoga e ascolta lo studente e poi decide se assumerlo. Quando lo fa, non sbaglia: sceglie il più bravo. Altrimenti si caricherebbe una zavorra che peserebbe sul suo Dipartimento facendolo diventare mediocre, quindi con meno soldi e meno studenti».
Un altro mondo...
«L'università va in questa direzione. Certo ci vuole un po' di tempo. Siamo partiti nel 2009, per vedere un articolo in una pubblicazione scientifica occorrono due anni. Fra poco valuteremo se la scommessa sta funzionando. Intanto noi le regole le stiamo scrivendo».
Sergio Naitza