martedì 13 novembre 2012

Patrimoniale: un errore anche parlarne

Un breve promemoria sulla patrimoniale, che tornerà all'ordine del giorno dopo le prossime elezioni. Per molti, la patrimoniale è la scorciatoia per risolvere il problema del debito pubblico: un bel prelievo una tantum da chi ha, e il problema è risolto. Sbagliato. E' come sperare di risolvere i problemi creati dalla rottura di un rubinetto che sta allagando la vostra vasca da bagno togliendo un po' di acqua con un secchio, e lasciando il rubinetto così com'è. Le scorciatoie non servono, i mercati si tranquillizzano risolvendo il problema all'origine del debito: il rubinetto va riparato, le riforme strutturali vanno fatte. Fare quelle riforme significa riprendere a crescere. Una potatura una tantun del risparmio piace alla Camusso e a Vendola, che di riforme come quelle adottate all'inizio del nuovo secolo dal governo di sinistra tedesco di Gerhard Schröder non ne vogliono sapere. 
Qui di seguito riproduco un bell'articolo di Federico Fubini apparso oggi sul Corriere della Sera. Per chi è interessato, in questo blog c'è anche un precedente articolo di Alessandro Penati sullo stesso tema (che ciclicamente torna, come si vede). (FP)


Negli ultimi quindici anni il debito delle famiglie in Italia è salito dal 23 al 50 per cento del reddito. Anche dopo la grande bolla dell'ultimo decennio, si tratta di uno dei livelli più bassi dell'Occidente: appena la metà o anche meno rispetto alla Spagna, agli Stati Uniti e persino all'Olanda, che pure non rinuncia alle lezioni di austerità. Il risparmio degli italiani, a dire il vero, già dal 2008 è sceso al di sotto della media europea eppure continua a rappresentare una risorsa che viene da lontano e fa da fondamenta al Paese. Non si vede, se ne parla poco, ma tiene in piedi l'intero edificio.

In questa Repubblica affetta da una strana circolarità della sua storia, per certi aspetti siamo già passati di qui.
Il debito delle famiglie era ancora più basso e il risparmio più alto quando in una notte di luglio del '92, senza preavviso, il governo di Giuliano Amato prelevò il sei per mille sui conti correnti. Anche allora l'Italia era una grande barca sbilanciata dal suo debito pubblico e dall'erosione della competitività. In quei giorni concitati una persona confessò (in privato) i suoi dubbi sul prelievo in banca: era un giovane direttore del Tesoro, il suo nome era Mario Draghi, e temeva che tassare i patrimoni a freddo avrebbe portato a una fuga del risparmio all'estero e quindi reso più fragili le banche italiane.

Passano vent'anni e rieccoci: con un po' meno di risparmio privato, un po' più di debito pubblico e lo stesso dilemma su come rendere liquide e utilizzabili le risorse degli italiani. Oggi come allora, chi governa e chi è governato ha bisogno di sapere di poter tamponare le falle se dovessero aprirsi. È in un'Italia con un passato e un presente di questo tipo che ieri Mario Monti ha fatto sapere che, in linea di principio, non è contro una patrimoniale. Il premier ha confermato di averci riflettuto un anno fa, ma l'operazione era irrealizzabile: mancavano i tempi e i dati per un intervento «adatto» e su base ordinaria, anziché punitivo e una tantum . Non che poi non si sia fatto nulla. Oggi abbiamo una tassa sugli immobili che aumenta per le seconde case, una sugli aerei privati, un'altra (elusa) sugli yacht e le auto di lusso, oltre all'imposta di bollo sui conti. Negli anni la somma di queste misure finirà per pesare come un prelievo di prima categoria sul risparmio e i patrimoni.
Palazzo Chigi poi ha precisato che il premier non pensa affatto a un'altra tassa sulla ricchezza, ma il tema in realtà non riguarda più tanto Monti. Prima o dopo le elezioni se ne riparlerà e allora vale forse la pena di ripensare a quei timori di Draghi del '92. Oggi i depositi bancari nel Paese (tolti quelli delle banche stesse) valgono circa 1.400 miliardi di euro, il 70% del debito pubblico. Se questo o soprattutto un prossimo governo andasse a caccia di quei risparmi e li spingesse alla fuga, le banche perderebbero l'unica base con cui oggi finanziano i loro già scarsi prestiti a famiglie e imprese. L'Italia scivolerebbe in una strozzatura del credito più dura, l'economia si contrarrebbe e il debito salirebbe invece di scendere. Forse è meglio rassegnarsi all'idea che non ci sono armi segrete per vincere questa guerra del debito. C'è solo la disponibilità a camminare tutti, passo dopo passo, nello stesso senso: quello della crescita e della competitività.