mercoledì 8 maggio 2013

UNA ZONA FRANCA PER L'ISOLA? MEGLIO IL TAGLIO DELL'IRAP

Finalmente dalle cronache quotidiane emerge un dibattito interessante sull’economia della Sardegna. Mi riferisco alla proposta di trasformare la regione in “zona franca” e al tema più generale a cui questa proposta è collegata: una riduzione delle tasse può davvero aiutare l’economia?
Da mesi Ugo Cappellacci si è lanciato in una battaglia rumorosa e spesso approssimativa su questi temi. Ciò che Cappellacci chiede, nella sostanza (se lasciamo da parte i confusi riferimenti a una “zona franca integrale doganale”), è che alla Sardegna sia attribuita una forte “fiscalità di vantaggio”, una situazione cioè nella quale consumatori e imprese paghino tasse più basse che nel resto d’Italia.
La proposta è coerente con l’idea che i partiti conservatori hanno del funzionamento dell’economia: troppe tasse riducono consumi e investimenti privati e questa riduzione in generale non è compensabile con la spesa che il settore pubblico può finanziare con il gettito fiscale. La sinistra, più sensibile al problema dell’uguaglianza, ha maggiore simpatia per le tasse perché garantiscono l’elargizione di servizi essenziali: salute e istruzione accessibili per tutti, per esempio. Proposte come quelle di Cappellacci sono dunque guardate con sospetto in questi quartieri. Come ha sostenuto Renato Soru, il bilancio regionale si basa in gran parte sulle così dette “compartecipazioni”. Per ogni cento euro pagati dai cittadini sardi per l’Iva, per esempio, 90 rimangono in Sardegna e finanziano appunto le spese per la sanità, l’istruzione, gli investimenti infrastrutturali con i quali fornire all’economia lo stimolo di cui ha bisogno. Da questo punto di vista, la zona franca di cui si parla sembra una proposta del tutto sbagliata.
Partita chiusa, dunque? Non ancora. Di fronte a queste obiezioni Cappellacci risponde con un’affermazione tutt’altro che vaga. Quando si tagliano le tasse, sostiene, è legittimo aspettarsi che ogni euro risparmiato dai cittadini si trasformi in 5 euro in più di prodotto interno lordo (Pil). Se fosse vero, uscire dalla crisi sarebbe semplice: basterebbe azzerare l’Iva. Se da una parte le casse regionali si svuoterebbero (quasi due miliardi di euro in meno in entrata), dall’altra il Pil sardo farebbe uno spettacolare balzo in avanti. 
Niente purtroppo è così facile in economia. I libri di testo insegnano che quando lo Stato spende, per ogni euro speso il Pil cresce di 1,4 euro; e che se invece di aumentare la spesa lo Stato sceglie di tassare meno il reddito, l’effetto positivo sul Pil è addirittura minore di quel già piccolo 1,4.
Allora è tutto sbagliato ciò che sostiene Cappellacci? No, a patto che si smetta di parlare di demagogicamente di improbabili vantaggi fiscali generalizzati. Non tutti i tagli delle tasse hanno lo stesso effetto sull’economia. Per esempio, tagliare le tasse sul reddito delle persone o sui consumi ha un effetto nettamente minore di quello che si può ottenere con tagli che rendano più basso il costo del lavoro e più remunerativi gli investimenti. Il recente dibattito americano sulla crisi ha raggiunto una conclusione importante su questo punto: quando si tagliano le tasse sui fattori produttivi, ogni dollaro risparmiato dalle imprese ne genera tre di Pil. In casi come questo infatti aumentano non solo i consumi ma anche e soprattutto gli investimenti.
Nel dibattito in corso Soru ha proposto di fare subito una “piccola zona franca” basata su un drastico taglio dell’Irap. E’ la strada giusta. Applicando il moltiplicatore stimato dagli americani e calcolando a spanne, un intervento del genere potrebbe far crescere il Pil sardo del 3%: un risultato eccellente. Anche perché, contrariamente a ciò che succederebbe se si adottassero proposte più avventurose e demagogiche, consentirebbe alla Regione di continuare a finanziare i servizi pubblici essenziali per i cittadini. Certo, il taglio dell’Irap dovrebbe essere coperto da adeguati tagli nella spesa regionale. Ma questo più che un problema è un ulteriore vantaggio: forse sarà la volta buona per ridurre i molti sprechi che non possiamo più permetterci.


[da: La Nuova Sardegna, 8 maggio 2013, p. 17]