martedì 10 settembre 2013

REGIONE, DUE SEMPLICI IMPEGNI PER IL FUTURO

[Nei giorni successivi alla pubblicazione di questo articolo, tutti gli attuali candidati alla presidenza hanno risposto alla mia richiesta di prendere due impegni non generici per migliorare l'efficacia delle politiche future. Cliccando sul nome dei singoli candidati potrete leggere le loro risposte: Andrea MurgiaSimone Atzeni, Francesca Barracciu, Michela Murgia, Gianfranco Ganau, Roberto Deriu]

In tutte le campagne elettorali si finisce per parlare soprattutto di economia. E siccome di campagne elettorali ne abbiamo di fronte almeno una, quella regionale, ma forse anche un’altra, quella nazionale, tanto vale preparaci per tempo.
Come sempre, qualcuno sosterrà che ci vuole più lavoro per far crescere l’economia, quando naturalmente è vero il contrario: o si trova il modo di far ripartire l’economia o l’unico lavoro che si può creare è quello clientelare, che serve solo a peggiorare le cose. Come sempre, altri sosterranno che la Sardegna fa fatica perché da noi lo Stato spende troppo poco, perché le infrastrutture sono inadeguate, perché l’energia è cara, e così via. Insomma, rischiamo di ritrovarci di fronte al solito lungo elenco di lamentele generiche.
Negli studi internazionali sullo sviluppo economico le cose sono invece tutt’altro che generiche. Al centro di una attenzione crescente c’è fattore molto specifico, che si chiama qualità istituzionale. La qualità istituzionale conta molto perché determina il contesto nel quale avviene l’interazione tra individui, imprese, settore pubblico. Un sistema legale farraginoso danneggia quell’interazione, così come la danneggia una pubblica amministrazione lenta, costosa, inefficiente, indifferente alle esigenze di cittadini e imprese.

C'è chi delocalizza in Germania, alla ricerca di buona burocrazia
Come ha detto bene Renzi nei giorni scorsi, ci sono imprese italiane che emigrano non in Cina ma in Germania, e certo non lo fanno alla ricerca di salari bassi. Le attraggono invece la certezza del diritto e la presenza di una burocrazia attenta alle esigenze di chi rischia i propri soldi per produrre ricchezza (e occupazione) per se e per gli altri.
Poi, certo, conta anche il capitale umano e contano le infrastrutture e tante altre cose. Ma una qualità istituzionale bassa fa funzionare male anche le scuole: per esempio, con quali criteri si scelgono i dirigenti scolastici? Contano i risultati ottenuto o altro? E con istituzioni scassate aumentano sprechi, tempi e corruzione ogni volta che si deve costruire una strada, un ponte, un porto canale.
Non a caso, l’Italia che non cresce da oltre 15 anni non cresce nemmeno nelle classifiche internazionali della qualità istituzionale. Nel Global Competitiveness Report 2013 del World Economic Forum l’Italia si colloca al 97° posto, più o meno al livello di Kenia, Jamaica e Burkina Faso.

La responsabilità delle regioni
E le regioni? C’è qualcosa che una classe dirigente locale può fare per smarcarsi almeno in parte da questo disastro nazionale?
La risposta è nei dati di un recente lavoro della Commissione Europea che misura la qualità di alcuni servizi pubblici erogati nelle regioni europee. Si tratta di servizi sui quali i governi locali esercitano una forte influenza. In questi nuovi dati l’Italia è un caso che salta subito agli occhi: è l’unico Paese che ha contemporaneamente regioni eccellenti e regioni disastrose.
Quindi, poche scuse. Questi dati dimostrano che una classe dirigente locale può fare molto per liberarsi dal fardello di istituzioni nazionali mal funzionanti: i gradi di libertà per migliorare le cose nei singoli territori ci sono e sono ampi. Nella classifica che ho citato la Sardegna è al 168° posto su 199 regioni. Evidentemente c’è molto che può essere fatto per migliorare l’efficienza delle nostre istituzioni.
Se non lo faremo non ci sarà né crescita sostenibile né nuova occupazione. I candidati alla presidenza della Regione dovrebbero concentrarsi su questo problema e dovrebbero prendere impegni precisi. Le istituzioni migliorano quando sono i cittadini-elettori a chiederlo, e perché questo succeda bisogna che i cittadini abbiano informazioni dettagliate su come si spendono i soldi pubblici e quali risultati si ottengono.  Oggi quelle informazioni sono del tutto insufficienti. 

Dedicato ai candidati: due semplici impegni da assumere subito
Per migliorare rapidamente la situazione, due cose possono essere fatte in pochissimo tempo. La prima è che il Consiglio regionale adotti una legge che preveda finalmente l’obbligo di valutare gli effetti delle principali politiche del prossimo governo regionale. Valutazioni di questo tipo sono preziose in tutto il mondo sviluppato per individuare sprechi e spese clientelari, per informare i cittadini su cosa funziona e cosa non funziona quando si adottano politiche finanziate con i loro soldi. La seconda è chiedere che la Sardegna partecipi alla stima dei costi standard che da tempo è in corso per tutte le regioni a statuto ordinario (assurdamente, le regioni a statuto speciale hanno ottenuto di starne fuori). I costi standard forniranno una base di conoscenza essenziale per diffondere le migliori pratiche in tutto il territorio nazionale, per risparmiare risorse e per aumentare la produttività del settore pubblico. Isolarsi da questo processo è una scelta che fa comodo solo a chi ha interesse a nascondere sprechi e inefficienze.

Se c’è qualche candidato alla presidenza in ascolto, assuma pubblicamente questi due impegni e ci regali un po’ di speranza per il futuro.
[Da La Nuova Sardegna, 10 settembre 2013, pp. 1-4]