domenica 6 ottobre 2013

ZONA FRANCA, SPERIMENTARE NEL SULCIS

Sostiene Cappellacci che “la zona franca è una giusta compensazione per gli svantaggi derivanti dall’insularità e il motore per far ripartire il sistema economico sardo”. Non lo sostiene da solo. Centinaia di sindaci pensano la stessa cosa.
Ci sono anche gli scettici, naturalmente, preoccupati da problemi normativi (si può fare o no, sul piano giuridico?), o dal possibile impatto sulle entrate regionali (se si riducono, poi chi pagherà la sanità e i trasporti?). Questi però non sono argomenti decisivi contro la zona franca. I vincoli giuridici si possono spesso superare con adeguate iniziative politiche, come ben sa chi ha partecipato alla “vertenza entrate” della Sardegna. E se la zona franca fosse davvero la soluzione al problema del nostro ritardo economico, la base impositiva potrebbe aumentare abbastanza da dotarci di risorse adeguate per pagare sanità e trasporti.

L'effetto economico 
Del vero problema si parla invece troppo poco: serve o no la zona franca per far ripartire la nostra economia? La risposta in sintesi è: può aiutare, ma non basta. Il motivo è che la nostra competitività è bassa per le tasse troppo alte e per una burocrazia assurdamente inefficiente. La zona franca proposta per la Sardegna, comunque la vogliate definire, affronta solo il primo dei due problemi: riduce il carico fiscale delle imprese e, in alcuni casi, anche dei consumatori. E’ un buon inizio, ma per far ripartire stabilmente l’economia, per rendere la Sardegna attraente per imprese e capitali esterni, ci vuole molto di più.
Per capirlo basta dare un’occhiata all’esperienza internazionale. Un ampio studio della Banca Mondiale mostra che proprio il principale elemento su cui punta l’attuale proposta di zona franca per la Sardegna, e cioè un generoso sconto fiscale pensato per compensare svantaggi di varia natura, “risulta inefficace in termini di performance economica complessiva, a causa soprattutto del fatto che negli ultimi anni gli stessi incentivi sono offerti da moltissimi territori”.
Insomma, uno sconto fiscale serve a poco in presenza di una pubblica amministrazione inefficiente, incapace di offrire agli investitori procedure semplici e servizi di buona qualità in tempi certi. Chi investe in Irlanda lo fa sia per il regime fiscale favorevole sia perché conosce gli  ottimi indicatori che certificano la presenza di una amministrazione efficiente e affidabile. 

Una zona franca dalla cattiva burocrazia
La zona franca che ci serve, dunque, deve offrire insieme alla riduzione delle tasse un netto miglioramento della qualità dei servizi offerti dal settore pubblico. Creare una zona franca di questo tipo è difficile, ma per fortuna anche qui possiamo imparare da esperienze internazionali. Per esempio esistono, e hanno molto successo, zone franche concepite come veri e propri laboratori nei quali sperimentare norme, regolamenti, semplificazioni amministrative finalizzate a migliorare l’efficienza del settore pubblico nei suoi rapporti con l’iniziativa privata. Le riforme che funzionano bene vengono poi estese all’intero sistema economico.
Due fattori sono essenziali per il successo di queste zone franche. In quanto sperimentali, non possono coprire da subito l’intero sistema territoriale (con buona pace per l’idea di zona franca integrale). Inoltre, punto cruciale, per gestirle serve un organismo forte, competente, abbastanza autonomo da poter adottare all’interno dell’area soluzioni che altrove non sarebbero (ancora) consentite. Per esempio, deve essere in grado di metter alla prova modelli di formazione professionale diversi da quelli in vigore nella regione, sistemi innovativi di sostegno attivo ai disoccupati, sportelli unici per investitori, e così via. In una palestra di questo tipo si imparerebbe rapidamente cosa funziona e cosa non funziona per rendere l’amministrazione pubblica più efficiente e il sistema economico più competitivo.

Sulcis, un laboratorio ideale
L’occasione per fare una sperimentazione di questo tipo in Sardegna c’è e si chiama Sulcis. Nel Sulcis è urgente trovare soluzioni politiche e normative che sblocchino situazioni assurde come quelle delle bonifiche sempre finanziate e mai realizzate; che mettano a finalmente a disposizione di investitori internazionali gli edifici di pregio dell’eredità mineraria, oggi fonte di spesa improduttiva invece che di ricchezza per il territorio; che accompagnino i moltissimi disoccupati verso nuovi posti di lavoro attraverso un percorso degno di un Paese civile. Tutte soluzioni che poi sarebbero preziose per l’intero sistema Sardegna.
La zona franca integrale, se mai arriverà, non ci cambierà la vita. Trovare il modo di far ripartire il Sulcis forse sì.
[da La Nuova Sardegna, 6 ottobre 2013, pp. 1-15]