lunedì 30 dicembre 2013

LA NUOVA INDUSTRIA? ISTRUZIONE DI QUALITA'

Il dato più drammatico dell’economia sarda degli ultimi anni è il rapido ridimensionamento della produzione manifatturiera. Negli anni Settanta e Ottanta i grandi investimenti nell’industria di base, in gran parte sostenuti da risorse pubbliche, ci avevano illuso che lo sviluppo fosse una cosa semplice: sembrava bastasse avere qualche santo nel paradiso della politica. Ciò che oggi rimane di quella illusione è la deindustrializzazione con cui dobbiamo fare i conti ogni giorno e la nostalgia per quella “età dell’oro”.
Ma la nostalgia serve a poco. Mai come oggi il passato è una pessima guida per capire il futuro. Tutto è cambiato. Per esempio, è del tutto improbabile che i politici possano ancora influenzare la localizzazione degli investimenti industriali. Oggi la competizione internazionale eliminerebbe in un batter d’occhio ogni avventura imprenditoriale inefficiente.
Dobbiamo allora rassegnarci al declino industriale, a uno sviluppo tutto centrato su turismo e servizi? Mica detto. Se sfogliate la stampa economica anglosassone troverete un bel po’ di articoli sulla manifattura “che torna a casa”. Sta infatti succedendo che dopo l’enorme migrazione di attività produttiva verso l’Asia, ora la produzione industriale ha ripreso a crescere anche nei Paesi più sviluppati, nonostante il loro costo del lavoro sia enormemente maggiore di quello cinese. Per esempio, negli Stati Uniti la produzione manifatturiera è cresciuta del 30% in dieci anni. Ma niente, davvero niente, è più come prima. Se immaginate una fabbrica con la produzione affidata a migliaia di lavoratori poco qualificati, scordatevelo. La manifattura torna in occidente perché oggi è possibile sostituire quel tipo di lavoro con macchinari sempre più sofisticati. E le persone che oggi si aggirano nelle nuove fabbriche sono quelle altamente qualificate nel controllo dei complessi strumenti a cui è assegnata la produzione vera e propria.

Questa visione delle cose è confermata da un recente studio del governo britannico su “Il futuro della manifattura”. Sostiene quel documento che oggi hanno successo le imprese capaci di “adattare rapidamente le loro infrastrutture fisiche e intellettuali per sfruttare i continui cambiamenti in tecnologia”, nelle quali forza lavoro e management sono sempre più competenti nelle aree scientifiche, tecnologiche, ingegneristiche e matematiche. In una parola, nella nuova manifattura lo spazio per il lavoro non qualificato si restringerà sempre di più.
Se questo è il futuro che ci aspetta, una conclusione dovrebbe essere condivisa da tutti: la principale risorsa per affrontarlo è una popolazione con competenze adeguate e diffuse. E dovremmo condividere tutti anche ciò che questa conclusione implica. Per esempio, che per far crescere quella risorsa sono essenziali sistemi di orientamento e di formazione continua che funzionino davvero, che consentano anche a chi è già entrato nel mercato del lavoro senza le competenze oggi richieste di acquisirle in tempi decenti, per evitare un destino di disoccupazione cronica. E soprattutto che non possiamo fare a meno di un sistema di istruzione di qualità, capace di dare tutta la preparazione necessaria a chi entrerà nel mercato del lavoro nei prossimi anni.
Il dramma per la Sardegna è che tutti i nostri dati rivelano quanto siamo impreparati per un futuro con queste caratteristiche. Orientamento e formazione sono l’eterno disastro di cui sappiamo, e i risultati scolastici della nostra regione rimangono sconfortanti, come ci ricordano gli indici sugli apprendimenti scolastici dei nostri giovani misurati dai test Pisa-Ocse e Invalsi. Come se non bastasse, continuiamo ad avere pochi laureati, soprattutto nelle materie scientifiche, e un indice di dispersione scolastica tra i più alti d’Europa.
Il confronto tra il futuro che arriva e i nostri limiti attuali ha almeno il vantaggio di indicarci un percorso obbligato. La principale “politica industriale” che ci serve è molto diversa da quella di moda fino a pochi anni fa: oggi si chiama, semplicemente, istruzione e formazione di qualità per tutti. Nessun’altra politica è più urgente di questa. Senza un piano straordinario per modificare profondamente l’attuale stato delle cose in materia di istruzione e di formazione continua, il futuro economico della Sardegna sarà molto amaro. Chi governerà la Sardegna nei prossimi cinque anni dovrà dimostrare di essere consapevole di questo problema, avrà la difficile responsabilità di definire e di attuare un piano per affrontarlo, dovrà trovare le molte risorse necessarie per finanziarlo.
[Da La Nuova Sardegna, 30 dicembre 2013, pp. 1-4]